Singapore: malaria, finanza & heavy metal

Molti viaggiatori diretti nel Sud Est Asiatico, in Estremo Oriente o in Oceania non disdegnano una sosta a Singapore. Questa città-Stato rappresenta una tappa ideale per spezzare i lunghi viaggi aerei e, grazie alle sue caratteristiche ed attrazioni, è diventata uno dei luoghi più visitati al mondo. Ciò che attira di questo puntino disperso sul mappamondo tra l’Indonesia e la Malesia è un mix di tanti fattori, frutto di una storia e di un’evoluzione sociale con pochi eguali: Singapore è asiatica, ma con un rigore ed uno stile di vita molto europei; è in cima agli indici di benessere mondiali e vanta tassi di criminalità quasi inesistenti; è un’isola urbana, ma con una ricchissima vegetazione tropicale, spiagge, giardini ed un clima sempre caldo tutto l’anno; infine è un paradiso per lo shopping, per la gastronomia e per i divertimenti che, dal Gran Premio di Formula Uno fino alle esposizioni artistiche più innovative, passando per i suoi numerosi musei che ne raccontano le vicende storiche, la rendono attraente, creativa e dinamica durante tutto l’anno.

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Marina Bay Sands (vikingandre.com)

Non è sempre stato così: durante la dominazione portoghese e successivamente quella olandese sulla zona di Malacca, Singapore rappresentava sì un ricco centro nevralgico dei commerci asiatici, ma tra i suoi confini le condizioni di vita erano davvero infime. Malavita, crimini, pessime condizioni igieniche, scontri etnici, malattie, zanzare, animali selvaggi e diffusa dipendenza dall’oppio la rendevano un luogo inospitale e malfamato. Sir Stamford Raffles approdò a Singapore nel 1819 e trasformò quest’isola paludosa e infestata dalla malaria in una colonia britannica strategica sulle rotte commerciali asiatiche ed un porto franco capace di attirare ondate di lavoratori e mercanti. Come ci mostra il museo Chinatown Heritage Centre, è in questa fase storica che si consolidò la vocazione multietnica e multiculturale di Singapore: Raffles suddivise in quartieri distinti i vari gruppi di immigrati provenienti dall’India, dalla Cina, dalla Malesia, dall’Europa e tuttora è possibile individuare le rispettive comunità di Little India, Chinatown, Kampong Glam, Colonial District.

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Clarke Quay Singapore (vikingandre.com)

Il benessere ed il successo della Singapore attuale sono frutto di un’azione politica volta a limitare e a regolare la vocazione un po’ anarchica delle varie comunità etniche presenti sull’isola: i governanti post-indipendenza applicarono severamente leggi e regole, favorirono una rapida industrializzazione, convogliarono risorse economiche nell’edilizia pubblica e residenziale, nel sistema scolastico, nelle infrastrutture, nella sanità e nelle pensioni. Tutto ciò, unito a più recenti politiche volte ad attirare immensi capitali finanziari, ha condotto Singapore agli attuali livelli di qualità della vita e ricchezza: oggi, la “città del leone” si presenta infatti come un “lindo” susseguirsi di grattacieli, strade a più corsie, percorsi pedonali, fontane, illuminazioni fantasiose, ristoranti di ogni tipo, alberghi futuristici, opulenti centri commerciali, gallerie d’arte all’avanguardia.

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The Merlion (vikingandre.com)

A fianco di questa modernità sempre proiettata al futuro, sono ancora vive e ben visibili le testimonianze del passato storico di Singapore: per esempio, nel tempio Sri Veeramakaliamman di Little India i colpi ritmati sui tamburi, i piedi nudi, le invocazioni dei bramini, la gente addossata l’una all’altra che elargisce offerte alle divinità indù ricordano i riti millenari che tuttora si svolgono nella “big India”.

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Il tempio Sri Veeramakaliamman con l’hotel Hilton sullo sfondo (vikingandre.com)

Il successo del modello sociale multietnico e multiculturale di Singapore risiede proprio in questa coesistenza di modernità e tradizione in uno spazio relativamente piccolo e rigorosamente regolato: il suo dinamico e pacifico melting pot è poi chiaramente agevolato dal benessere indotto dall’aver assunto un ruolo dominante in Asia come centro di scambi finanziari mondiali.

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Gardens by the Bay (vikingandre.com)

In questo modello di società apparentemente perfetto non mancano contraddizioni e derive: nel Marzo 2019, su invito del Ministero degli Interni, l’Autorità preposta al controllo su Media e Comunicazioni (IMDA) ha vietato lo svolgimento dei concerti dei gruppi musicali svedesi Watain e Soilwork in città, motivando la decisione con la volontà di scongiurare il pericolo “che il genere metal suonato dai gruppi potesse disgregare l’armonia sociale di Singapore”…. Medioevo, AD 2019.

 

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Lights and shadows of Singapore (vikingandre.com)

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Farsi trasportare dal vento nel cielo di Bagan

E’ ancora buio quando chiudo senza far rumore la porta della mia camera, scendo le scale che conducono alla lobby e raggiungo il cortile davanti all’ingresso dell’albergo. L’orologio indica le ore 4.45, nell’aria frizzante della notte birmana scruto il vialetto vuoto e silenzioso in attesa che qualcuno venga a recuperarmi. Passano pochi minuti ed ecco avvicinarsi le luci di un pulmino, prendo posto su una panca in legno di radica insieme a qualche altro assonnato individuo e dopo un paio di soste in altrettanti alberghi giungo in un ampio prato alla periferia di Bagan, cittadina situata nella Birmania centrale, famosa per il suo sito archeologico protetto dall’Unesco.

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Vengo affidato ad un pilota inglese insieme ad un gruppetto di una dozzina circa di altre persone, Peter ci raduna in uno spazio ben delimitato nei pressi del cestino della nostra mongolfiera: nulla è lasciato al caso, si capisce immediatamente che una buona parte dell’importante spesa erogata per vivere questa esperienza è destinata alla sicurezza e alla professionalità di piloti esperti, provenienti soprattutto da Gran Bretagna e Australia. Parlo di cestino, ma in realtà la base della mongolfiera che giace sdraiata su un lato è piuttosto grande, in grado di contenere tra 8 e 16 persone oltre al pilota e a 2 grosse bombole di gas; anche il pallone, a cui è legato da un complicato intreccio di fili e corde, è molto ampio, già lo si intuisce vedendolo a terra mentre un gruppetto di ragazzi dello staff si prodigano a distenderlo.

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Dopo un dettagliato briefing in inglese su posizione a bordo durante la partenza, su sorvolo e atterraggio, nonché sulle varie procedure di sicurezza ed emergenza, mi gusto una tazza di tè caldo e qualche biscotto mentre assisto alla preparazione della mongolfiera. I voli avvengono solo durante la stagione secca, sempre per ragioni di sicurezza non vengono effettuati quando la Birmania è soggetta a clima monsonico (cioè prevalentemente in estate), pertanto la brezza prima dell’alba è ancora fresca durante le fasi preparatorie del pallone: l’aria viene immessa alla base inizialmente con grossi ventilatori e poi gradualmente scaldata dalle fiamme emesse dalle grosse bombole inserite nel cesto, finché poco alla volta la mongolfiera si gonfia e assume una posizione verticale. Questa fase iniziale avviene a pochi metri di distanza da dove sto sorseggiando il tè ed è particolarmente interessante: innanzitutto, perché non ho mai visto prima un pallone di tali dimensioni riempirsi d’aria calda fino al punto di librarsi nel cielo; in secondo luogo, mi piace osservare lo spettacolo delle fiammate color arancione che scaturiscono dalle bombole di tutti i palloni radunati in questo prato: illuminano la notte come guizzanti lingue di fuoco, mentre pian piano l’orizzonte comincia a schiarirsi alle prime luci dell’alba.

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L’emozione cresce quando Peter dà il segnale di salire a bordo e subito dopo maneggia le leve per erogare una generosa sfiammata che fa staccare la cesta dal prato sottostante, mentre i ragazzi dello staff salutano con la mano e sorridono augurando buon volo. Bagan è famosa in Asia per la sua immensa piana archeologica, un’area pianeggiante punteggiata da una miriade di stupa in mattoni di ogni forma e dimensione: più di duemila monumenti ancora integri e altrettanti in rovina a causa dell’età e dei terremoti, fatti edificare a partire dall’XI secolo dal re Anawrahta che, una volta divenuto convinto sostenitore della disciplina buddista Theravada, diede inizio ad un programma di grandi costruzioni a sostegno della nuova religione.

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Il sorvolo in mongolfiera mi suscita un crescendo di sensazioni positive e mi gusto appieno ogni istante: il pallone che si innalza senza fretta nel cielo, le luci dell’alba che rischiarano l’aria e la spennellano di sfumature colorate, le ombre della notte che sotto di me lasciano spazio ai raggi del sole, le pagode ed i templi di Bagan che lentamente escono dall’oscurità ed abbracciano i colori dorati del giorno nascente. Il cielo ora è pieno di mongolfiere colorate, ciascuna segue la propria rotta decisa unicamente dal vento e dalle lievi correnti provocate dal sole che scalda la pianura ed asciuga la rugiada notturna dal terreno, disperdendo la leggera nebbiolina che vela i campi. Peter resta in contatto radio con lo staff a terra e descrive ai suoi ragazzi il tragitto orientandosi a vista con i punti di riferimento che il paesaggio offre: uno stupa dalla forma inconfondibile, una strada, un albergo, il fiume, una risaia, un campo coltivato, un filare di palme.

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Il nostro pilota fa scendere la mongolfiera fino a quasi sfiorare la cima di alcuni alberi, i contadini che nel frattempo si sono recati al lavoro nei poderi sorridono mentre tranquillizzano i bufali innervositi da queste ombre giganti che scivolano silenziose sopra le loro teste. Poi con un paio di fiammate riprende quota e la prospettiva sul panorama cambia nuovamente, il mio dito non smette di torturare il pulsante di scatto della macchina fotografica e meno male che ho portato in viaggio un paio di memory card di riserva perché ne sto consumando una intera solo stamattina…!

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Dopo un’ora abbondante trascorsa nei cieli di Bagan, Peter dà il segnale dell’atterraggio (“landing position!!”), assumo la posizione accovacciata che ci hanno mostrato prima della partenza ed il cestino rimbalza dolcemente sul terreno un paio di volte prima di fermarsi definitivamente nel mezzo di un campo, nella campagna alla periferia meridionale di Bagan.

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Arrivano i ragazzi dello staff con il pulmino dalle panche in legno di radica e con un camioncino su cui caricano rapidamente il pallone ed il cesto. Peter si presta a qualche foto ricordo, consegna il certificato di volo autografato, prezioso souvenir di questa esperienza davvero unica e indica il banchetto su cui lo staff ha predisposto qualche cibaria ed i calici riempiti di champagne. Un rapido brindisi ed eccomi sulla strada che riconduce in albergo, arrivo giusto in tempo per incontrare gli altri ospiti che, freschi e riposati, stanno terminando la prima colazione: mi guardano e capisco dalle loro occhiate curiose che vorrebbero sapere il motivo delle mie occhiaie e soprattutto di quel sorrisone soddisfatto che non riesco a togliermi dal volto.

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” As the sun breaks, above the ground
An old man stands on the hill
As the ground warms, to the first rays of light
A birdsong shatters the still

His eyes are ablaze
See the madman in his gaze

Fly on your way, like an eagle
Fly as high as the sun
On your way, like an eagle
Fly and touch the sun “

 

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Sapori d’India: il “lassi” a Jaipur

Jaipur è una tappa immancabile in qualsiasi itinerario di viaggio in India del Nord, il capoluogo del Rajasthan offre infatti al visitatore un’ampia varietà di monumenti e attrazioni, tutti di grande interesse: dall’iconico Palazzo dei Venti “Hawa Mahal” agli edifici del centro storico, come il “City Palace”, affrescati in colore rosa, dall’osservatorio astronomico “Jantar Mantar” all’imponente “Forte Amber”, fino alle botteghe del “Johari bazar” dove gli artigiani si tramandano da secoli le tecniche di lavorazione delle pietre preziose.

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Le strade a scacchiera racchiuse dalle mura di cinta rappresentano il cuore della città e furono dipinte in colore rosa nel 1863 dal Maharaja Ram Singh per dare il benvenuto al futuro Re d’Inghilterra Edoardo VII, figlio della Regina Vittoria, in visita in India: da allora gli edifici che si affacciano sulle vie del centro cittadino vengono periodicamente ravvivate con vernice rosa, colore simbolo dell’ospitalità.

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Durante i torridi mesi dell’estate rajasthana, la gente di Jaipur trova sollievo assaporando una dissetante bevanda a base di yogurt, tipica del subcontinente indiano: il lassi. Pare che l’origine del lassi sia da far risalire alla zona del Punjab, ma oggi questo drink è diffuso in numerose varianti in tutta l’India, il Pakistan ed il Bangladesh.

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La ricetta base consiste in un mix di yogurt, acqua, spezie e talvolta frutta; il lassi tradizionale è salato e insaporito con un pizzico di cumino, mentre la formula più popolare tra i bimbi indiani prevede l’aggiunta di miele o zucchero o succo di frutta o anche di polpa frullata di qualche frutto: il mango è il più diffuso, ma esistono versioni con la menta fresca, lo zafferano, l’acqua di rose, lo zenzero e la curcuma. Qualcuno ne irrobustisce il sapore e la consistenza con il burro mentre durante l’annuale festa dei colori Holi se ne prepara una variante, detta bhang lassi, a base addirittura di cannabis accompagnata dalle tipiche frittelle di verdura dette pakora.

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Chi desidera riprodurre a casa la ricetta del lassi al mango, non deve far altro che frullare insieme 250 ml di yogurt, 130 ml di latte, 4 cucchiaini di zucchero di canna, 200 gr di polpa di mango, un pizzico di sale e decorare i 4 bicchieroni che se ne ricavano con semi di cardamomo o pistacchi sbriciolati.

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Chi invece si trova in India e desidera assaggiare la versione originale del lassi di Jaipur deve intrufolarsi tra le botteghe del Johari bazar e raggiungere un piccolo spazio al numero 145: qui ci si imbatte in “Lassi Wala”, un negozietto che serve la fresca bevanda in tradizionali kulhads, bicchieri conici di terracotta, che da queste parti arricchiscono con uno strato di panna in cima al bicchiere. Non si tratta solamente di gustare una squisita specialità del posto, ma è anche l’occasione per concedersi un attimo di relax e magari per scambiare qualche parola con la gente del luogo.

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Tiziano Terzani, Confucio e Forrest Gump: pensieri sparsi di una notte in Vietnam

Sto sorseggiando una birretta fresca al piano superiore del ristorante Mango Mango di Hoi An, da uno dei balconcini che si affacciano sul mercato notturno della cittadina vietnamita. Mi ha raggiunto il mio amico Trung e sta ordinando al bancone. Tra un sorso e l’altro, sfoglio distrattamente le pagine ormai quasi ingiallite di una vecchia edizione di “Giai Phong! La liberazione di Saigon”, il libro in cui Tiziano Terzani racconta le vicende conclusive del conflitto tra Usa e Vietnam. Sotto di me, un’umanità di turisti e locali affolla le vie dello shopping serale, si gode come me la frescura e non smette di sciamare tra miriadi di bancarelle, luci e musica gracchiante. In lontananza scorre silenzioso il fiume, nero, ma punteggiato di piccole candele di carta galleggianti che qualche vecchina vende ai turisti per pochi dong.

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Sollevo lo sguardo dalle pagine e, del tutto casualmente, noto quella che sembra una sorta di delegazione: eleganti signore e funzionari in divisa, vietnamiti, accompagnano dei personaggi dall’aspetto occidentale, più anziani, in un atteggiamento tipico di chi fa gli onori di casa. Guardando meglio, noto che le t-shirt dei signori occidentali riportano le scritte “Vietnam War Veterans”, si tratta quindi di ex-soldati americani che hanno combattuto nel Sud Est Asiatico all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso; l’atmosfera è rilassata, gli americani si soffermano ad osservare le bancarelle che vendono le tipiche lanterne colorate di Hoi An, mentre gli accompagnatori vietnamiti si prodigano a spiegare e a sorridere, abbassando leggermente il capo nel classico modo ossequioso degli asiatici di queste parti. Un paio di ragazzi stanno filmando la scena per la televisione locale, mentre la gente comune si ferma a dare un’occhiata incuriosita, senza trattenersi dallo scattare qualche foto ricordo con il cellulare o addirittura qualche “selfie” con gli inaspettati ospiti.

Rimango un po’ perplesso, guardo il mio libro e mi tornano in mente le immagini di qualche giorno prima, quando ho cominciato il mio viaggio in Vietnam proprio dal capoluogo del Sud, Ho Chi Minh City, più nota come Saigon. E’ sempre utile intraprendere un viaggio in Vietnam dal suo ingresso meridionale: a Saigon si trovano molte chiavi che aprono le porte della comprensione di ciò che il Paese è oggi e diventerà in futuro. Una metropoli moderna, all’avanguardia con i suoi numerosi grattacieli in vetro e specchi, ma che conserva ancora interessanti testimonianze del suo passato, come gli edifici in stile coloniale della via Dong Khoi, cioè la vecchia Rue Catinat che sfocia nella piazza dove svettano la Cattedrale di Notre Dame, in mattoni rossi di Tolosa, e l’edificio delle Poste ideato dall’architetto Gustave Eiffel.

 

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Mi ero fermato davanti al Palazzo della Riunificazione, con la sua iconica cancellata e mi era sembrato proprio di trovarmi in mezzo alle vicende descritte da Terzani nel libro che ho tra le mani: gli ultimi elicotteri americani che si alzano dai tetti delle case, i carri armati nordvietnamiti che il 30 aprile 1975 entrano a Saigon, i soldati che si perdono e si fermano a chiedere la strada per il Palazzo presidenziale alla gente del posto, la stessa cancellata che viene abbattuta e la bandiera rossa e azzurra con la stella gialla che viene issata in cima all’edificio simbolo del Paese diviso.

Bevo un altro sorso di birra e, mentre assaporo il retrogusto delicato al gelsomino, vedo gli americani allontanarsi, inghiottiti dalla folla sorridente di Hoi An. Allora penso ai tunnel di Cu Chi, pochi chilometri fuori da Saigon, a quanto erano stretti mentre arrancavo nelle viscere umide della terra, a quanto quegli stessi americani fossero terrorizzati quattro decadi fa dal “nemico invisibile” dei Viet Cong che proprio attraverso quei cunicoli comparivano all’improvviso, attaccavano e poi sparivano nel nulla.

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Magari no, forse non erano soldati di fanteria. Mentre scompaiono in lontananza scorgo ancora le loro sagome alte e fisicamente integre, non erano “carne da trincea” come tutti quei ragazzi raffigurati nelle fotografie esposte al War Remnants Museum di Saigon: difficile scordarsi quegli sguardi allucinati colti dal fotografo mentre devastano un villaggio di contadini o brandiscono i resti di qualche nemico come fosse un trofeo. No, mi sa che forse pilotavano uno di quegli elicotteri giganteschi (oh, ma veramente enormi!) che si vedono nel cortile del museo o uno di quei mostruosi aeroplani B52 che vomitavano tonnellate di bombe a grappolo o ettolitri di agente arancio sulle foreste tra Laos, Cambogia e Vietnam. Uno di loro fu abbattuto sui cieli di Hanoi e catturato: ancora oggi la vecchia tuta da pilota del senatore John McCain è in mostra in una teca del museo-prigione di Hoa Lo ad Hanoi.

La perplessità davanti alla scena a cui ho appena assistito qui a Hoi An deriva probabilmente dalla mia cultura e mentalità occidentale: com’è possibile che i vietnamiti siano così accoglienti e gentili con persone che solo poco più di 40 anni fa si sono rese protagoniste di atrocità come quelle che si vedono nei musei di Saigon? Lo chiedo a Trung, il cui padre appena sedicenne era stato chiamato alle armi nell’esercito di Ho Chi Minh, vivendo (e subendo) quindi il conflitto sulla sua pelle. Dov’è la sete di vendetta, il rancore, l’antipatia almeno, per la bandiera a stelle e strisce che tanto dolore ha provocato nel suo popolo fino a pochi anni fa, tra l’altro per una causa ideologica che poi si è polverizzata nel vento della Storia ? Non c’è astio nei vietnamiti di oggi, nei giovani che imparano quella Storia un po’ dai libri ufficiali del sistema educativo socialista, un po’ dai racconti di fratelli, zii, nonne che certi periodi li hanno vissuti in prima persona, un po’ dai film americani, da internet, dal confronto con coetanei durante qualche scambio culturale all’estero.

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Da noi la mentalità è diversa e certe cicatrici sono più lente a guarire, spesso la sete di vendetta o il non dimenticare mai i torti subiti sono aspetti insiti nel nostro DNA. Quando ero piccolo, i miei genitori mi portavano spesso in montagna a Madesimo, potevano essere i primi anni Ottanta: mi ricordo di un personaggio già anziano, un po’ burbero e con la barba lunga. Pare avesse partecipato alla seconda guerra mondiale e provava un odio viscerale per gli Inglesi. Non so cosa gli avessero fatto gli Inglesi durante la guerra, magari gli avevano bombardato la diga vicino a casa o magari era stato fatto prigioniero ed era stato spedito qualche anno in India. Non ne ho idea, ma ricordo ancora perfettamente il suo astio e rancore, i miei occhi di bambino rimanevano attoniti a vedere quest’uomo che inveiva verso il cielo ogni volta che scorgeva un aereo, sfidandolo col bastone in legno come fosse ancora un bombardiere della Royal Air Force britannica…

Una delle grandi lezioni che si possono apprendere viaggiando in Vietnam risiede invece nella capacità della sua gente di non serbare rancore per chi è arrivato da nemico, se ne è andato da sconfitto ed è tornato con la mano tesa del partner commerciale, tecnologico ed economico: “Siete venuti da nemici, vi abbiamo combattuti; siete venuti da amici, vi abbiamo accolto”. La pagina della guerra è stata girata, capitolo chiuso, ora c’è McDonald di fianco al baracchino che vende pho, la tradizionale zuppa di manzo agrodolce vietnamita. Qui sono sbarcati Starbucks, KFC e Pizza Hut, nella periferia di Saigon c’è una sfilata di fabbriche che producono abbigliamento e tecnologia a marchio straniero e anche americano. Ciò che non è riuscito ad ottenere il napalm, l’ha conquistato il bigliettone verde….

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A mio parere, la bellezza di questo Paese è proprio da ricercare nella sua capacità di creare un equilibrio tra la millenaria tradizione asiatica in campo culturale, sociale, religioso ed i modelli economici, di sviluppo e crescita tipici del mondo occidentale attuale. In Vietnam coesistono la modernità e la tradizione, il socialismo di Stato ed il liberismo economico, l’ateismo, il buddismo ed il confucianesimo, l’immobilismo del mondo rurale e la veloce corsa al benessere delle città, le minoranze etniche di montagna vestite solo con paglia ed amuleti e le tribù urbane di giovani con lo smartphone sempre in pugno a caccia di wi-fi.

In Vietnam i contrasti e le diversità tendono ad ammorbidirsi come i sapori della seconda birra che sto sorseggiando in questa fresca serata a Hoi An: il retrogusto dolciastro del mango si mescola con l’aroma deciso del peperoncino fresco, dando vita ad un qualcosa di unico, fresco, innovativo. Faccio un ultimo tentativo con Trung: “Ma voi vietnamiti riuscite a guardare i film americani sulla guerra che si è svolta nel vostro Paese?”. “Certo che li guardiamo” mi risponde “ma non hanno molto successo qui. L’unico che ci piace è Forrest Gump perché non si vedono mai vietnamiti morti”. Giro lo sguardo per un momento verso il fiume dove le candeline di carta galleggianti sono ora moltissime e lasciano una scia di riflessi luminosi sull’acqua…

Jenny: Were you scared in Vietnam?

Forrest: Yes. Well, I.. I don’t know. Sometimes it would stop raining long enough for the stars to come out… and then it was nice. It was like just before the sun goes to bed down on the bayou. There was always a million sparkles on the water… like that mountain lake. It was so clear, Jenny, it looked like there were two skies one on top of the other. And then in the desert, when the sun comes up, I couldn’t tell where heaven stopped and the earth began. It’s so beautiful.

Jenny: I wish I could’ve been there with you.

Forrest: You were.

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In viaggio con i bambini: perché è meglio evitare il Sud Est Asiatico

Viaggiare con la propria famiglia è una delle esperienze che, se ben organizzata a misura dei giovani viaggiatori, maggiormente gratifica genitori e figli. Affinché la vacanza dei sogni non si trasformi in un viaggio da incubo, occorre pianificarla attentamente: in particolare si deve scegliere la destinazione del tour, la sua tipologia (culturale, sportiva, urbana, nella natura, itinerante, balneare ecc.) ed il periodo di effettuazione tenendo ben presente l’età dei bambini, le loro esigenze ed i loro interessi. Il rischio è infatti quello di destabilizzare eccessivamente i ragazzi e di suscitare in loro reazioni di totale rifiuto che raggiungono l’apice quando viene proferita la terribile frase “voglio tornare a casaaaaa!!!”: quello è il punto che sancisce il fallimento del viaggio in famiglia e che suscita il rimorso nei genitori per non aver preso al volo quell’occasione di 15 giorni alla pensione Bertozzi di Viserbella, pensione completa e ombrellone con sdraio inclusi, anziché sobbarcarsi la spesa e la fatica di attraversare mezzo mondo per vedere i propri figli e sé stessi stressati e scontenti.

Basandomi sulla mia esperienza diretta di travel designer specializzato in viaggi in Oriente e contemporaneamente di padre di 3 ragazzine di età compresa tra i 9 ed i 13 anni, vorrei spiegare qui le criticità che ho dovuto personalmente affrontare quando ho intrapreso un viaggio estivo nel Sud Est Asiatico (Singapore, Laos e Cambogia) con la mia famiglia.

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Il volo intercontinentale dura troppe ore. Dall’aeroporto di Milano Malpensa a quello di Singapore Changi sono previste circa 12 ore di volo, cioè mezza giornata da trascorrere nello spazio angusto di un aeromobile a cui vanno sommate 2/3 ore di presentazione in anticipo ai banchi del check-in. L’aereo non ha ancora chiuso il portellone e già le ragazze cominciano a maneggiare i comandi del monitor interattivo di cui Singapore Airlines dota tutti i posti. Tra decine di film, cartoni animati, documentari, giochi elettronici, video musicali, serie televisive, canzoni, immagini del volo da ogni angolazione, mappe digitali e altre infinite informazioni, le 12 ore “volano” via letteralmente. Ormai tutte le compagnie asiatiche (da Thai Airways a Cathay Pacific fino a Singapore Airlines) sono ai vertici delle classifiche sull’aviazione civile per comodità, cortesia del personale, modernità ed intrattenimento a bordo. Anche se il cibo servito non è mai di qualità eccelsa nessuna figlia è morta di fame e la fatica maggiore è togliere loro dalle mani il joystick e spegnere lo schermino per farle dormire un po’ prima di atterrare al mattino a Singapore. Ogni mezz’ora il mio stato semi-catalettico viene destato da Aurora che dandomi di gomito mi informa sulla rotta: “Daddy, siamo sull’Afghanistan; daddy, abbiamo passato l’India; daddy, posso alzare la tenda del finestrino (cioè l’oscurante) per vedere se ci sono i pirati nel mare della Malesia???”.

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Le città in Asia sono megalopoli inquinate, trafficate e pericolose. Le porte automatiche si aprono e ci troviamo nel salone degli arrivi dell’aeroporto di Singapore Changi dove una fila di taxi ci attende per condurci in città. Di solito c’è la fila di gente che attende un taxi, qui c’è una fila di taxi che attende noi. Una gentile signora ci fa accomodare nel suo taxi e dopo mezz’ora di autostrade, tunnel e cavalcavia ci sembra di essere giunti in una downtown americana: l’orizzonte è un susseguirsi di grattacieli, vialoni a 6 corsie, altissimi alberghi con i vetri a specchio che inghiottono enormi centri commerciali, i volti delle persone richiamano i lineamenti asiatici, ma i vestiti sono in stile occidentale e l’idioma parlato e visibile sulle insegne è sempre l’inglese. A differenza delle downtown americane, però, è tutto lindo, ordinato, efficiente a livelli che definirei svizzeri. Durante il soggiorno nella città-Stato di Singapore prendiamo la funicolare per Sentosa, un’isola trasformata in parco dei divertimenti, ceniamo lungo il fiume a Clarke Quay e passeggiamo intorno a tutta la Marina Bay, ammiriamo i giochi d’acqua dal battello sotto l’imponente albergo Marina Sands Bay e assistiamo alla costruzione delle tribune lungo un tratto di strada che avrebbe da lì a poco ospitato il gran premio di Formula 1. Grazie ad una capillare ed efficiente rete pubblica di bus e metropolitana (l’isola ha una superficie ridotta e l’uso dell’auto privata è disincentivato per non ingolfare le strade) non ci facciamo mancare una camminata lungo l’arteria commerciale di Orchard Road, con le sue infinite vetrine e opportunità di shopping e lungo i vialetti del parco “Gardens at the Bay”, dove è piacevole fare due passi la sera ammirando enormi alberi artificiali (alti fino a 50 metri) tutti illuminati e non dissimili al celebre “albero della vita” dell’Expo milanese del 2015. E’ facile intuire che, in un ambiente ovattato e opulento come quello di Singapore, il pericolo maggiore sia rappresentato dal rischio di fondere la carta di credito per i prezzi non esattamente bassi oppure di essere assordato dal motore di una Lamborghini che alza i giri del turbo in attesa del verde al semaforo.

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Le differenze culturali tra Europa ed Asia sono troppo ampie e scioccanti. Mentre le ragazze si godono un bel bagno in piscina sul tetto dell’albergo, individuo sulla mappa “Little India”, il quartiere indiano, la nostra successiva tappa del soggiorno a “Singapura”: l’origine del nome risale al sanscrito “singha” = leone e “pura” = città ed evidenzia le radici indiane della “Lion City”. Little India è un assaggio (non troppo piccante) della vera big India, grazie ai suoi profumi intensi, ai suoi colori brillanti, ai sapori dei suoi ristoranti, ai numerosi negozietti traboccanti di merci, al vivace mescolìo di umanità varia che brulica nelle sue strade. Nel tempio Sri Veeramakaliamman di Little India colgo un lampo di sorpresa negli occhi delle mie ragazze: i piedi nudi, i colpi ritmati sui tamburi, le preghiere quasi urlate dei bramini, la gente addossata l’una all’altra che recita la “puja” e offre fiori e bocconcini di cibo alle divinità induiste. Questa escursione fuori dall’usuale e dalle proprie abitudini culturali alimenta la loro curiosità e mette in moto le rotelline dei loro pensieri. E mentre una gentile signorina originaria del Tamil Nadu colora le loro mani con arzigogolati motivi all’henné, mi rendo conto che il fascino di Singapore ed il ricordo che le ragazze conserveranno più o meno inconsciamente risiede proprio in questo: 5 milioni e mezzo di abitanti, una mescolanza di lingue (inglese, malese, mandarino, tamil…), una miscela di tratti somatici e colori della pelle (cinesi, malesi, europei, indiani…), una pacifica convivenza tra cristiani, musulmani, buddisti, taoisti e induisti, una piccola società sì ricca e benestante, ma che è arrivata ad esserlo anche grazie al proprio modello multietnico e multiculturale, improntato al rispetto delle regole e del fragile ambiente in cui vive.

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Il clima estivo nel Sud Est Asiatico, caldissimo ed umidissimo, è insopportabile. Sorvolando il Laos, dall’oblò rigato da gocce d’acqua scorgo a fatica, tra i nuvoloni plumbei carichi di pioggia, le foreste solcate da fiumi gonfi e marroni.  Mi assale qualche dubbio: vuoi vedere che gli stravolgimenti climatici sono arrivati anche qui e che al posto di qualche breve temporale pomeridiano il viaggio si svolgerà tutto sotto la pioggia come in quei film che raccontano le vicende dei soldati americani in Vietnam??? Atterriamo a Luang Prabang e la pista dell’aeroporto è tutta bagnata, ma non piove più. Puntuale il monsone aveva scaricato poco prima il suo bel temporale pomeridiano e nel tempo in cui abbiamo raggiunto (rigorosamente a piedi, non siamo più a Singapore con i comodi “fingers” e l’aria condizionata di Changi!) l’edificio dell’immigration dalla scaletta del volo, l’asfalto si è asciugato, avvolgendoci in una nuvoletta di vapore e sudore. Erika mi guarda ed esclama “mmmh, qui l’aria che si respira pesa di più!”. Esatto ! Le temperature in estate da queste parti raggiungono i 30/35 gradi, ma sono i tassi di umidità che danno maggiormente fastidio: si è costantemente sudati ed è importante bere frequentemente e coprirsi quando si passa dall’esterno a luoghi con l’aria condizionata (tenuta in genere a livelli artici). Il monsone, con la sua pioggia quotidiana, breve ed intensa, è sempre benvenuto qui in estate: abbatte la calura, disseta i campi, fa sbocciare stupendi fiori tropicali che soffondono l’aria di intensi profumi. E sì, quest’aria è più pesante della nostra, ma si respira bene ugualmente. frangipaneLuang Prabang è adagiata in una piccola valle alla confluenza di due fiumi, il placido Mekong e l’impetuoso Nam Khan: saliamo in cima alla collinetta Phousi, nel centro della cittadina e qui dall’alto si vedono bene i due corsi d’acqua che Tiziano Terzani evoca nel suo libro “Un indovino mi disse” quando riflette sulla vita che scorre come le acque fluviali. Oggi la corrente corre veloce, gonfia i fiumi e alimenta ruscelli, canali e risaie. Non lontano da Luang Prabang le acque fresche delle cascate di Kuang Si fragorosamente si infrangono sulle rocce, dando vita ad una grande nuvola di goccioline che i raggi del sole attraversano frammentandosi nei colori dell’arcobaleno. In questo ambiente spettacolare, ci tuffiamo nelle piscine naturali dalle acque turchesi: ok, fa caldo, ma il divertimento è totale, non è da tutti i giorni nuotare sotto una cascata ! Abbiamo scelto tutti gli alberghi del viaggio dotati di piscina in modo che al ritorno accaldati dalle visite ci fosse sempre in programma un bel bagno rinfrescante e ad aspettarci un bel bicchierone di lime-soda con un pizzico di zucchero e sale. Ed in bassa stagione costa tutto la metà…

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Nel Sud Est Asiatico mettono il ghiaccio in tutte le bevande, il cibo è troppo speziato, le condizioni igieniche lasciano a desiderare ed il rischio di contrarre malattie e virus intestinali è troppo elevato.  Il ghiaccio nella birra non si mette. Punto. Anche se fa caldo e se dopo 5 minuti che si trova nel bicchiere diventa un brodino tiepido. In Laos ed in Cambogia questa cosa non vogliono capirla, al massimo estraggono il boccale direttamente dal freezer, ma una bella cucchiaiata di ghiaccio non la negano mai. Questo dilemma etico non scalfisce le mie figlie, che sono ancora piccole e non bevono birra, disinteressandosi quindi ai miei tentativi di tenerla fresca senza annacquarla. Quasi dappertutto il ghiaccio viene prodotto con l’acqua delle bottiglie sigillate o comunque con acqua sanificata, il rischio di mischiare la propria bevanda con acqua del rubinetto di dubbia provenienza non è elevatissimo, piuttosto è da evitare la tentazione di scolarsi in un colpo una intera lattina di Coca Cola gelida dopo essersi arrampicati per 2 ore sulle rocce assolate dei templi di Angkor: più che il ghiaccio, infatti, può far danni soprattutto la temperatura troppo bassa del liquido che si ingerisce. La frutta che si trova qui è 10 volte più gustosa di quella che, colta acerba, matura poi nei container prima di finire sui banchi dei nostri supermercati: quindi basta un assaggio di mango, banane o frutti della passione locali e le ragazze si dimenticano dell’esistenza di Coca Cola e Fanta preferendo un’infinità di succhi, spremute e centrifughe varie. Per combattere l’inquinamento da bottigliette di plastica, molti alberghi e resort regalano agli ospiti delle borracce in metallo con loghi, disegni e colori vivaci, da riempire con acqua fresca purificata presa da appositi boccioni: frutta esotica, acqua ecologica, chilometro zero… ma vuoi vedere che in questo viaggio le fanciulle imparano anche qualcosa di utile sulla biodiversità e l’eco-sostenibilità? Lavarsi i denti con l’acqua di una bottiglietta non solo riduce il rischio di contrarre un virus intestinale, ma serve anche a non dare per scontato che basta girare un rubinetto e si ha tutta l’acqua potabile che si desidera, per tutto il tempo che si desidera. Il buon senso ci fa muovere con una bella dotazione di Amuchina in gel, fazzoletti disinfettanti e fermenti lattici da ingerire ogni mattina, un attacco di dissenteria a queste latitudini può sempre capitare, ma siamo fortunati e torniamo tutti e 5 con i nostri chiletti al loro posto.

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Anche quando organizzo viaggi in Laos e Cambogia per i miei clienti, consiglio sempre di lasciare liberi i pasti, tanto è varia e di qualità l’offerta gastronomica locale. In una regione baciata dal sole e irrorata di umidità tutto l’anno, la disponibilità di prodotti agricoli freschi è enorme e spazia dal riso alle verdure, dalla frutta alle spezie, senza dimenticare pollame e dolci. E’ impossibile non trovare qualcosa che piace al palato dei giovani viaggiatori: l’uso di spezie completamente avulse dai nostri gusti è raro qui, le salse piccanti vengono servite a parte se le si desidera e quasi dappertutto si trovano anche piatti di origine occidentale (patatine, i gloriosi “spagetti bolognaise”, la pizza) o cinese (involtini primavera, riso saltato, noodles) che in genere i bambini non disdegnano assaggiare. L’eredità coloniale francese ha poi influito molto sulla gastronomia locale e ha ammorbidito il sapore troppo autoctono di molti piatti, lasciando anche una bella eredità di forni e panetterie che con la loro produzione di croissants, crêpes e baguettes forniscono gli ingredienti base per squisite merende. E’ con l’acquolina in bocca che condivido la “top ten” dei locali e ristoranti preferiti dalla nostra “family on tour”. Papà: Level33 di Singapore e Siem Reap Brew Pub di Siem Reap; mamma: The Belle Rive Restaurant di Luang Prabang e Jaan Bai Restaurant di Battambang; Marta: The Tangor di Luang Prabang e FCC Restaurant di Phnom Penh; Erika: Coconut Garden di Luang Prabang e Sokkakh River di Siem Reap; Aurora: Manda de Laos di Luang Prabang e Tuk Tuk Pizza di Siem Reap. Quest’ultimo non è un vero ristorante, ma ha entusiasmato tutti: alle spalle del National Museum di Angkor, c’è un anonimo marciapiede arredato con piccoli tavoli e seggioline in plastica colorata che sembrano a misura di bambola e dal retro di un tuk-tuk (il tipico Ape Piaggio solitamente utilizzato come taxi) trasformato in forno a legna appaiono fragranti pizze che nulla hanno da invidiare a quelle nostrane. A qualsiasi latitudine, una buona fetta di pizza è la gioia di tutti, grandi e soprattutto piccoli !

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Nel Sud Est Asiatico è pieno di animali pericolosi, di insetti velenosi e di zanzare infette. A Vientiane, la capitale del Laos, vivono alcuni amici italiani e a cena ci raccontano come si svolge la loro vita quotidiana da queste parti. Avere la possibilità di ascoltare qualcuno che abita stabilmente sul posto, ma che è originario del proprio Paese è un’occasione imperdibile per i giovani viaggiatori di scoprire le diverse abitudini, consuetudini, mentalità e interpretazioni della vita che ha la gente del posto rispetto a chi viene dall’Italia. Francesco e Mauro sono fonti inesauribili di aneddoti e con la loro simpatia conquistano immediatamente le ragazze, specialmente quando l’argomento scivola sul tema degli insetti a tavola. Va da sé che nei territori tropicali caldo umidi del Sud Est Asiatico gli insetti trovino l’habitat ideale per diffondersi e, grazie alla loro abbondanza, la popolazione locale non disdegna catturarne qualcuno per trasformarli in uno spuntino veloce: grilli, cavallette, larve, ragni ogni tanto si trovano suddivisi in ciotole su qualche bancarella del mercato, magari conditi con una salsina dopo essere stati rigorosamente fritti. Come insegna Homer Simpson, qualsiasi cosa dopo una bella frittura diventa commestibile e anche gli insetti locali al palato hanno un sapore quasi identico tra loro, sanno fondamentalmente di fritto. L’olio per friggere è importato dalla Tailandia e costa, quindi viene utilizzato più e più volte: magari, come si sente dire in giro, gli insetti diventeranno il pasto del futuro, ma per ora siamo tutti concordi nel lasciare che resti il pasto della lucertolina locale, il geco.

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Ogni abitazione, ristorante, albergo, negozio in Laos ha il suo geco: innocue lucertole un po’ più pingui e pigre (sono laotiane, d’altronde…) rispetto alle nostre, dotate di occhi grandi e di particolari zampette capaci di attaccarsi ovunque, che di notte si posizionano in genere sul soffitto e intorno alle luci per banchettare con gli insetti che svolazzano appunto intorno alle lampade. La forma dei gechi è unica e da queste parti si dice che il loro inconfondibile versetto porti fortuna se la bestiolina lo ripete 7 volte: all’inizio le ragazze erano un po’ intimorite dalla costante presenza sopra le loro teste di queste lucertole dai grandi occhi (tra l’altro ben 350 volte più sensibili degli occhi umani), ma col passare dei giorni la loro discreta presenza passa sempre più inosservata e anzi, quando entrano in un posto nuovo, ne scrutano la volta alla ricerca dell’angolo del geco padrone di casa. Una grande virtù dei gechi è la loro dieta a base di zanzare, falene, mosche, scarafaggi, scorpioni: un motivo in più per lasciarli vagare indisturbati sul soffitto della propria camera d’albergo è proprio la circostanza che, se per caso entra un insetto, il geco se lo mangia. Oltre a questo rimedio naturale, nei luoghi più abitati e meno remoti del Sud Est Asiatico la zanzara viene combattuta con oli essenziali profumati molto efficaci e gradevoli: le ragazzine ogni sera prima di uscire si spruzzano qualche goccia “di profumo” e gli insetti se ne stanno alla larga. Certo, qui è facile: la zanzara più diffusa è un insettino minuscolo che, anche se pizzica, provoca un ponfo che dopo 10 minuti già scompare e soprattutto ha l’abitudine di palesarsi solo di sera, dopo il tramonto. A Battambang assistiamo al tramonto in piena campagna, sul cosiddetto “trenino di bambù”, cioè una pedana di strisce di bambù sospinta da un piccolo motore lungo i binari di una vecchia ferrovia in disuso: ci sono insetti, ci pizzica qualche zanzara, ma lo spettacolo del sole che si nasconde dietro l’orizzonte dopo aver infiammato il cielo di rosso, rosa e viola fa scordare qualsiasi puntura. Forse in qualche remota foresta di confine con il Vietnam o con la Tailandia ci sono zanzare tigre potenziali portatrici di malaria: ma chi porta i bambini a fare trekking nel fango della giungla, tra le tribù che vivono in villaggi senza acqua corrente ed elettricità, situati a 500 km dall’ultimo centro abitato?

kuang si butterfly park

Servono pochi passi a piedi dalle cascate di Kuang Si, presso Luang Prabang, per imbattersi in una moltitudine di insetti totalmente innocui e di grande bellezza: le farfalle del “Butterfly Park”. In un’area naturale ricca di vegetazione e attraversata dalle acque che scendono dalle cascate, Olaf e Ineke, due simpatici olandesi trapiantati in Asia, hanno dato vita ad un parco dove svariate specie di farfalle colorate sono libere di volare tra piante e fiori e di essere osservate da vicino. Olaf ha creato anche un laghetto dove immergere i piedi e farseli “mordicchiare” e massaggiare da decine di pesciolini: il pericolo maggiore per le ragazze qui è non riuscire più ad andarsene, tanto è gradevole e rilassante il luogo! Identico pericolo in cui incorriamo, sempre nei pressi di Luang Prabang, quando facciamo la conoscenza con gli elefanti dell’Elephant Village Sanctuary & Resort. Originariamente il Laos era denominato “Lan Xang”, cioè “la terra di un milione di elefanti”, tanto era diffuso questo pachiderma; oggi ne restano molti meno esemplari, circa un migliaio, e centri come l’Elephant Village si occupano della cura e della sopravvivenza di questi animali, in un ambiente a loro naturale, lontano da lavori pesanti a cui spesso sono sottoposti da giovani, in un progetto che coinvolge in modo sostenibile sia la comunità locale che i visitatori. L’elefante asiatico è più piccolo e docile di quello africano, ma sufficientemente forte da essere sfruttato nelle foreste per il trasporto di legname; se ben curato e nutrito può vivere oltre i 50 anni, i più longevi arrivano anche a 70/80 anni di età. Il personale del campo conquista subito le ragazze con la gentilezza e la dolcezza che sembrano innati in tutti i laotiani: la nostra guida, in un inglese semplice e comprensibile, spiega i comandi vocali di base per guidare gli elefanti e poi ci conduce a dare loro una ricca colazione a base di banane. Accarezzare la proboscide di un elefante, toccare le loro orecchie giganti e farsi risucchiare le banane dalle proprie mani (le mangiano con tutta la buccia!) è un’esperienza unica ed entusiasmante sia per i piccoli che per i grandi, superata solamente dalla passeggiata sul loro dorso: abolite da alcuni anni le fastidiose selle in legno (“howdah”), si sale direttamente sul dorso dell’animale (ciascuno con il proprio “mahout”, il suo fedele custode) e si percorre un breve tratto di foresta a cavalcioni di queste splendide creature. Si attraversa anche il fiume dove gli elefanti non mancano di immergersi e di fare il bagno spruzzando con la proboscide i propri “ospiti”, per il divertimento sia degli animali che dei visitatori e soprattutto dei mahout che si godono la scena. E’ dura per le ragazze allontanarsi da Maxi, il vivace e goloso cucciolo ultimo nato (2013) e da Mae Kham Koun, l’elefante più grande del campo, nata nel 1971, docile e intelligente, che suscita tenerezza anche per la sua zampa ferita da un ordigno esploso quando lavorava nell’industria del legname.

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Gli orrori della guerra, tuttora visibili in Indocina, non sono adatti ai bambini e rovinano la serenità della vacanza. UXO è una sigla che significa “un-exploded ordinance” e fortunatamente negli ultimi tempi è sempre più raro nel Sud Est Asiatico scorgere cartelli che riportano queste 3 lettere inquietanti: ricordano che nel terreno dove si sta camminando esistono ordigni non esplosi. Durante la guerra del Vietnam, il presidente americano Kennedy autorizzò le prime missioni segrete di bombardamento sul suolo laotiano inizialmente con lo scopo di contenere le azioni dei ribelli comunisti locali contro la monarchia: tra il 1964 ed il 1973, i bombardieri statunitensi scaricarono sul Laos circa 2,5 milioni di tonnellate (due virgola cinque milioni!! di tonnellate!!) di ordigni, con l’obiettivo di interrompere i rifornimenti che avvenivano tra il Vietnam del Nord ed i ribelli Vietcong nel Vietnam del Sud lungo il cosiddetto “sentiero di Ho Chi Minh”, una sorta di corridoio situato sul confine tra Laos e Vietnam. I B52 americani durante le loro 580.000 missioni dal Siam (Tailandia) al Vietnam non mancavano di sganciare sul Laos e sulla Cambogia (anch’essa sospettata di favorire i ribelli comunisti del Vietnam meridionale) soprattutto le famigerate “bombe a grappolo”: questi ordigni, di forma sferica e grandi come palline da tennis, erano contenute in una bomba guscio che prima di toccare terra si apriva rilasciando il suo contenuto di decine di bombe più piccole che assomigliavano ad un grappolo d’uva prima di esplodere sul terreno. Il 30% delle “cluster bombs” si conficcò nel terreno morbido o fangoso delle foreste e delle campagne laotiane/cambogiane senza esplodere: l’elefante Mae Kham Koun, impegnata a trasportare legname nella foresta, insieme a centinaia di contadini, cercatori di rottami e soprattutto bambini intenti a giocare all’aria aperta sono rimasti vittima di questi ordigni inesplosi nel corso degli ultimi 45 anni. COPE-LaosLa probabilità per un viaggiatore che oggi visita il Laos e la Cambogia di imbattersi in terreni infestati da UXO è estremamente remota e, a meno che decida di cercarle apposta, le testimonianze del periodo bellico sono poco visibili. A mio parere, senza necessità di rovinarsi le vacanze con immagini crude e violente, un’infarinatura sugli eventi (abbastanza recenti, parliamo di circa 4 decadi fa) che hanno profondamente inciso sulla storia di questa porzione di mondo è fondamentale per comprendere molti aspetti che contraddistinguono il Laos e la Cambogia attuali. E questa infarinatura ritengo sia utile sia agli adulti che ai più giovani: Storia e Geografia ci forniscono sempre le coordinate culturali e gli strumenti interpretativi giusti per viaggiare, nel tempo e nello spazio, con cognizione di causa. Non è complicatissimo intraprendere una conversazione con i locali (soprattutto con le guide) che tratti di argomenti sensibili come la guerra, il comunismo, i campi profughi: tutti hanno esperienze di quel periodo storico, dirette o tramite i racconti di qualche parente prossimo e la visione della vita che hanno qui (la guerra c’è stata, è finita, la pagina della storia è stata girata e ora si va avanti) consente di poter interloquire con molta schiettezza su argomenti che altrove sarebbero tabù. E’ un’occasione unica per le giovani menti poter ascoltare aneddoti e racconti direttamente dalla voce dei protagonisti, non è poi così diverso dall’ascoltare i nonni che condividono con i nipoti la propria saggezza ed i propri ricordi: come spesso accade, certi argomenti che ci regala il passato sono utili anche per interpretare il presente. C’è poi una visita che concretamente può nutrire le coscienze dei più giovani senza ovviamente traumatizzarli: la C.O.P.E. (The Cooperative Orthotic and Prosthetic Enterprise) in Laos è un’organizzazione no-profit che garantisce assistenza, riabilitazione e fornitura di protesi alle persone con disabilità motorie conseguenza di incidenti con le bombe inesplose UXO. Il centro visitatori di Vientiane è una fonte preziosa di informazioni, video e testimonianze: un giro da queste parti, oltre ad essere molto educativo, è spesso anche emozionante e commovente.

Laos e Cambogia sono Paesi molto poveri e non ha senso andare in vacanza con i bambini in mezzo alla povertà. Gran parte dei fruitori dell’assistenza fornita dalla COPE sono persone “povere”, cioè non in grado di sostenere autonomamente le spese per le cure e le protesi. In effetti, dal punto di vista meramente economico, Laos e Cambogia si posizionano piuttosto indietro nelle classifiche mondiali relative a PIL, reddito pro-capite, capacità d’acquisto. Il medico svizzero Dr Beat Richner ha creato una rete di ospedali gratuiti Kantha Bopha Children’s Hospitals che negli ultimi 40 anni ha fornito assistenza pediatrica di alta qualità completamente gratuita ai bambini cambogiani e alle loro famiglie: il sistema sanitario locale è infatti carente, le infrastrutture statali, la spesa sociale ed i servizi pubblici anche i più basilari spesso qui sono insufficienti e di livello molto basso. Uno potrebbe chiedersi che gusto ci sia a trascorrere le vacanze con le proprie figlie in luoghi afflitti dalla povertà. In realtà, a differenza di certi Paesi africani, la gente qui non muore di fame, raramente si vedono in giro bambini denutriti o in condizioni traumatiche, la terra è fertile e generosa, il clima caldo umido tropicale favorisce l’agricoltura e finché gli stravolgimenti climatici non distruggeranno l’ecosistema locale è infrequente incappare in vere e proprie carestie. La cosiddetta povertà riguarda prevalentemente il possesso di cose e di denaro. Da questo punto di vista, gran parte dei laotiani e dei cambogiani è povero: non possiede tanto denaro, tanti oggetti, tante scarpe, tanti capi di abbigliamento, tanti giocattoli, tanti libri, tante matite, tante case, auto, moto o biciclette…. Ciò che hanno è poco e lo riutilizzano un’infinità di volte, magari aggiustandolo spesso, finché l’oggetto non si disintegra letteralmente. Per chi vive in una società come la nostra, improntata all’economia di consumo, alla compravendita finalizzata al consumo, alla produzione di beni destinati al consumo, alla creazione di bisogni fittizi da soddisfare con il consumo, immergersi in una società dove gran parte delle persone consumano solo ciò di cui ha bisogno (e spesso anche meno) può essere estremamente educativo. Siem Reap ed i suoi templi si possono raggiungere via strada da Phnom Penh e Bangkok oppure in aereo da Bangkok, Singapore, Hong Kong ecc. C’è anche una terza via, quella fluviale e lacustre, che partendo da Battambang risale il fiume Sangke fino al lago Tonlé Sap e poi raggiunge il molo ai piedi della collina di Phnom Krom, situato ad una quindicina di km da Siem Reap. Seppure più lunga e disagevole delle altre, questa terza via è la mia preferita: il percorso fluviale consente di vedere con i propri occhi la semplicità delle case, dei villaggi, della vita rurale in Cambogia lontana dai centri turistici e dai loro alberghi, negozi e ristoranti. Qui i bambini hanno UN vestito e UN paio di infradito in plastica, vivono in palafitte di pochi metri quadrati con una lamiera per tetto ed il fiume come wc, vasca da bagno, lavatrice e lavapiatti; qui le persone vivono di pesca e di agricoltura: chi pesca vende il pesce a chi vende loro le verdure dell’orto, in una sorta di fragile mercato locale di sussistenza. Il lusso è rappresentato da un piccolo televisore o da una radiolina gracchiante a batterie. La nostra imbarcazione scivola rumorosamente tra mangrovie, canali bordati da palme da cocco, nasse che fluttuano nella corrente cercando di intercettare qualche pesce guizzante nelle acque scure, impalcature in bambù per la pesca con le reti quadrate, palafitte in legno e lamiera aggrappate alle rive del fiume. Possiamo definire “povertà” ciò che scorre davanti ai nostri occhi? Probabilmente sì, ma nelle espressioni del viso delle ragazze, nei loro occhi, non scorgo shock, ma una presa di coscienza: siamo fortunate a vivere nel comfort e in una casa con un tetto e dei muri, dobbiamo essere felici di avere il piatto pieno ad ogni pasto, non lamentiamoci dei compiti e dei lavoretti da svolgere quando i nostri coetanei qui si alzano all’alba per aiutare i genitori nei campi o nella pesca per poi andare a scuola e studiare la sera a lume di candela…. Tuttora, quando qualcuna si lascia andare ad un capriccio a casa, le altre le ricordano di come vivevano in semplicità i ragazzini cambogiani che studiavano musica con padre Mark alla scuola galleggiante di Prek Toal oppure di come aiutavano i genitori le ragazzine di Battambang che per guadagnare qualche moneta extra vendevano braccialetti e animaletti di fili d’erba fatti a mano (poi alla fine sono diventate amiche e gliene hanno regalati un mucchio) o infine la concentrazione dei bimbi del villaggio Hmong vicino a Kuang Si mentre giocavano serissimi a spostare dei piccoli sassi su una pietra più grande. Ciò che colpisce, in queste situazioni di semplicità e spesso povertà, sono la serenità ed il sorriso che non manca mai sul volto di giovani e bambini locali. Come quello della bambina, curioso e timido, che in sella al motorino con il suo papà affianca il nostro tuk-tuk ad un semaforo di Siem Reap: nessuno delle mie figlie dimenticherà l’espressione dolcissima di questa bimbetta di pochi anni quando le abbiamo allungato un piccolo peluche in regalo. Apprezzare ciò che si ha, dare il giusto valore alle cose, non temere di condividere con gli altri: questa è la ricchezza che ci dona un viaggio in Paesi (apparentemente) poveri come il Laos e la Cambogia.

Non esiste una formula chimica infallibile che garantisca il successo di un viaggio, specialmente se svolto in famiglia con protagonisti in giovane età, specialmente se effettuato in aree del mondo lontane e non usuali. Un buon viaggio è sempre il risultato di una miscela di fattori sapientemente dosati: esperienza, fortuna, abitudine a viaggiare, educazione, organizzazione flessibile, equilibrata e capace di assorbire gli inevitabili imprevisti, attenzione agli interessi e alle esigenze di tutti e… una fornitura massiccia di fermenti lattici! Se questi ingredienti vengono preparati e amalgamati con cura, l’esperienza di viaggio non può che risultare piacevolmente gustosa e ricca di tanti bellissimi ricordi da assaporare insieme per tutta la vita.

A big “thank you” to Francesco, Mauro P, Andrea, Mauro B, Sombath, Filiberto and all our friends in Asia

 

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Isfahan e svariati altri motivi per visitare l’Iran (nonostante Trump)

Basta osservare una mappa per rendersi conto della centralità dell’Iran nel mondo mediorientale: più di un milione e seicentomila chilometri quadrati di territorio (per intenderci, l’Italia copre una superficie poco superiore ai trecentomila chilometri quadrati) che si estendono dal Mar Caspio al Golfo Persico, dalle catene montuose condivise con Turchia, Armenia, Azerbaijan e Iraq fino ai deserti di confine con Turkmenistan, Afghanistan e Pakistan. L’altipiano iranico si trova mediamente ad un’altitudine di 1200/1300 metri e, pur in gran parte desertico, si trasforma improvvisamente in imponenti catene montuose quando volge lo sguardo a nord (il monte Damavand raggiunge ben 5600 metri di altezza) oppure in spiagge e coste punteggiate di isole, quando volge lo sguardo a sud (le più grandi sono Qeshm, Kish e Lavan, circondate da un pescoso mare color cobalto). Questa posizione geografica delimitata da ben sette confini nazionali, la vastità del suo territorio e la varietà delle sue caratteristiche climatiche e morfologiche rendono l’Iran un Paese focale nella mappa del Medio Oriente, una sorta di raccordo tra i mondi, le culture e la Storia dell’Occidente e dell’Asia.

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Il clima è un importante fattore da tener presente quando si intende pianificare un viaggio in Iran, poiché in un territorio ampio e morfologicamente variegato, regioni diverse presentano microclimi differenti. Chi effettua un tour completo del Paese, per esempio da Tabriz a Shiraz, deve considerare che l’altopiano iranico si trova ad altitudini superiori ai mille metri, con caratteristiche climatiche aride e continentali. Pertanto i periodi più gradevoli, con temperature piacevolmente tiepide e scarse precipitazioni, corrispondono alla nostra primavera (da metà marzo a metà giugno) e al nostro autunno (da metà settembre a fine ottobre). I mesi invernali sono piuttosto rigidi, con possibilità di pioggia e talvolta neve: coprendosi bene, un viaggio invernale in Iran risulterà comunque piacevole anche per il minor numero di visitatori ai vari siti. L’estate iraniana è torrida, seppur generalmente secca: l’obbligo di indossare velo e maniche/pantaloni lunghi può rivelarsi fastidioso, soprattutto per le donne, ma prevedendo veicoli ed alberghi dotati di impianti di aria condizionata è possibile visitare il Paese anche tra luglio ed agosto.

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Viaggiare in Iran significa spogliarsi di ogni preconcetto per prepararsi ad un tuffo nella diversità socioculturale e ad un vero e proprio salto nella Storia. Grazie alle sue strategiche caratteristiche geografiche, fin dagli albori della civiltà umana l’altopiano iranico è stato un luogo di passaggio, di scambio commerciale, di confronto culturale e anche di scontro, di conquista. Qui si trova una delle rarissime teocrazie contemporanee (le altre sono –con vari distinguo ed interpretazioni– l’Arabia Saudita, Israele e lo Stato del Vaticano), con tutta una serie di implicazioni sul piano sociale e giuridico che questa struttura politica comporta. Qui si trova anche la culla della Storia, il Paese è infatti un immenso museo a cielo aperto, vivo e ricchissimo di testimonianze, reperti, memorie.

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Museo Iranbastan, Tehran (vikingandre.com)

Un viaggio in Iran è come spostarsi quotidianamente e contemporaneamente nello spazio e nel tempo, nell’ambito di una società fondata su un’identità forte, differente, ma profondamente ricca ed improntata all’ospitalità.

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Museo di Arte Islamica, Tehran (vikingandre.com)

Osservando le raffinate decorazioni della moschea dello sceicco Lotfollah ad Isfahan al viaggiatore attento non può non venire in mente l’armoniosa calligrafia che impreziosisce le pareti del Taj Mahal di Agra, in India; ammirando le tombe reali scavate nella roccia di Naqsh-e Rostam e le suggestive rovine di Persepoli, il pensiero corre alla fondazione dell’antico regno persiano, a Ciro Il Grande, a Dario I, alle successive imprese di Alessandro Magno che introdusse in Asia principi di cultura ellenica; passeggiando per i giardini delle antiche case dei mercanti di Kashan si immaginano quali ricchezze, sotto forma di pietre preziose, tappeti, spezie e anche idee e forme culturali, sono transitate per queste terre, lasciando importanti tracce; percorrendo gli ambienti del Palazzo Golestan di Tehran, tra saloni sfarzosi e fontane zampillanti, ben si comprende la volontà della dinastia Qajar di mescolare ed integrare le tecniche decorative tradizionali persiane con le influenze architettoniche occidentali.

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Moschea dello sceicco Loftallah a Isfahan o Taj Mahal di Agra ? (vikingandre.com)

Anche chi non è particolarmente appassionato di Storia e di parallelismi tra epoche diverse, troverà in Iran numerosi stimoli su cui riflettere e di cui interessarsi: per esempio, il cinefilo riconoscerà a Yazd i luoghi in cui Pasolini girò alcune scene della pellicola “Il fiore delle Mille e una Notte” (1974), l’appassionato di natura e paesaggi non perderà l’occasione di fotografare i diversi ecosistemi del deserto iraniano intorno a Kerman, l’intenditore di oggetti artigianali troverà soddisfazione nel contrattare un tappeto o una brocca in peltro nei bazar di Isfahan e Shiraz.

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Bazar di Isfahan (vikingandre.com)

Ogni tappa di un itinerario in Iran si arricchisce anche di un aspetto da non trascurare: quello culinario. La disponibilità di risorse naturali del Paese e l’assenza di bar e locali notturni, moltiplica l’offerta e la varietà gastronomica locale, declinata in migliaia di ristoranti e trattorie a conduzione familiare. L’ampio uso di ingredienti freschi e biologici, spesso di produzione locale, si traduce in piatti saporiti, ma non piccanti né eccessivamente speziati, gusti insoliti capaci di incuriosire il palato del viaggiatore e di catapultarlo indietro nel tempo, quando non esistevano cibi in scatola, surgelati o preconfezionati.

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Buon appetito ! (vikingandre.com)

Il calendario iraniano è fittissimo di feste, festività e ricorrenze, sia nazionali che locali. E’ difficile trascorrere un periodo in Iran senza assistere a qualche manifestazione di festa o celebrazione religiosa. Una tra le più sentite si svolge a fine Marzo: il Capodanno (Nawrūz), corrispondente all’equinozio di primavera, segna l’inizio del calendario legale iraniano, che segue a sua volta una cadenza luni-solare. Il nostro 2017 corrisponde, a partire da marzo, al 1396 iraniano.

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Verde=Islam, Bianco=Pace, Rosso=Martirio (vikingandre.com)

L’architettura giuspolitica e sociale della Repubblica Islamica dell’Iran è fondata sui principi religiosi del Corano. La Guida Suprema è una figura istituzionale capace di guidare appunto lo Stato grazie alla sua abilità di interpretare il Corano alla luce delle circostanze della sua epoca. Non si tratta di una vera dittatura, in quanto alla base della scelta della Guida Suprema e dei principali organi istituzionali iraniani (Presidente della Repubblica, Parlamento, Consiglio dei Guardiani ecc.) c’è sempre il suffragio universale. I media occidentali sottolineano con insistenza i rapporti diplomatici difficili che l’Iran mantiene con USA, Israele, Arabia Saudita; si focalizzano su alcune consuetudini locali interpretandole come segno di arretratezza culturale e sociale: l’uso obbligatorio del velo per le donne, la censura su certi siti internet ed applicazioni come Facebook e Twitter, l’esistenza di una polizia morale a controllo dei comportamenti pubblici, il divieto del consumo di alcolici. Tutto è interpretabile e soggettivo, nessuno desidera imporre idee o tratteggiare una realtà più rosea di quello che è: ma il consiglio che rivolgo al vero Viaggiatore, quello sensibile alla diversità e rispettoso delle differenze culturali, è di andare di persona in Iran, di parlare con la gente, di farsi un’idea propria del perché di certe situazioni e delle origini culturali di certe consuetudini.

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Ayatollah Ruḥollāh Moṣṭafāvī Mōsavī Khomeynī (vikingandre.com)

La perla nascosta dell’Iran ed uno dei motivi che da solo giustificherebbe un viaggio da queste parti è senza dubbio Isfahan. Personalmente la inserirei nella “top ten” dei luoghi nel mondo che ogni viaggiatore deve visitare almeno una volta nella vita, una sorta di ottava, nona o decima meraviglia del mondo. Ciò che rende unica questa città situata nel cuore del Paese è il suo mix di bellezza, atmosfera e carattere ospitale dei suoi abitanti. “Esfahān nesf-e jahān” cita un proverbio locale, cioè “Isfahan è metà del mondo”, tanto è ricco il suo patrimonio di bellezze architettoniche, monumenti e giardini. Lo scrittore inglese Robert Byron menzionò Isfahan tra “quei rari luoghi, come Atene o Roma, in cui l’umanità trova comune sollievo”. Sono capitato la prima volta a Isfahan in pieno febbraio, ma nonostante l’inverno e l’altitudine intorno ai 1600 metri, l’aria della città era piacevole, fresca, frizzante, ma non fredda, forse anche per la concomitanza della festa di San Valentino che, in barba alle divisioni religiose, anche qui i giovani festeggiano diffondendo nell’aria tanti buoni sentimenti.

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Sheikh Lotfollah Mosque, Isfahan (vikingandre.com)

Durante il giorno è un susseguirsi di piazze stupende bordate di palazzi, moschee e monumenti altrettanto magnifici: dai primi insediamenti nel V-VI secolo a.C. in epoca achemenide ai nostri giorni, la città non smise nei secoli di crescere in bellezza, eleganza e ricchezza culturale, seppur tra alti e bassi (come durante la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein che provocò molti danni oltre ad un flusso di persone che lasciavano le aree di confine per cercare qui rifugio dai combattimenti).

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Meydan Naqsh-e Jahan, Isfahan (vikingandre.com)

La piazza più celebre e quella più abbagliante per la sua maestosità e grandezza è Meydan Naqsh-e Jahan, cioè letteralmente “piazza metà del mondo”: qui è facile trascorrere ore a curiosare nelle botteghe del bazar, ad osservare le raffinate decorazioni in piastrelle azzurre della moschea Masjed-e Emam o quelle in piastrelle color crema della cupola della moschea Masjed-e Cheick Lotfollah, ad ammirare i riflessi del palazzo di Ali Qapou nella grande fontana, a sorseggiare un tè caldo in un localino tipico, a rilassarsi su una panchina guardando l’umanità di bambini, giovani, adulti che passeggia e si gode la vita.

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Sheikh Lotfollah Mosque, Isfahan (vikingandre.com)

Ma è durante le ore serali e notturne che Isfahan svela tutto il suo fascino: quando il lavoro è terminato e gli uffici chiudono, la gente del posto si riversa nelle vie, nelle piazze, nei giardini pubblici per stare insieme, per passeggiare, rilassarsi, socializzare e, di nuovo, godersi la vita. Immergersi in questa atmosfera tranquilla, sicura e molto piacevole mi fa capire quanti anni luce sia lontana dalla realtà l’immagine mentale che in Occidente abbiamo dei “poveri” iraniani, incapaci di vivere la notte senza bar e discoteche, infagottati nei loro burqa. Sciocchezze, anzi complice un aereo in partenza alle 4 di notte, ho potuto sperimentare di persona la vita notturna che scorre come le acque del fiume Zayandeh tra gli stupendi ponti Si-o-se Pol e Khaju,: bambini, anziani, giovani animano gli archi illuminati dei ponti ed i vialetti dei giardini con pic-nic, giochi, chiacchiere, risate… non è raro incontrare qualcuno con la chitarra acustica strimpellare qualche nota e vedere in pochi attimi raggrupparsi giovani ragazzi e ragazze a cantare e battere le mani a ritmo. La gente dell’Iran per me è speciale e a Isfahan ho colto un livello di ospitalità e accoglienza davvero sorprendenti: non è raro essere avvicinati da qualche giovane curiosa, rigorosamente col velo, ma desiderosa di dialogare in inglese, di conoscere, di sapere, di fare amicizia. Qualcosa di impensabile da noi, nelle nostre città… trovarsi alle 2 di notte in un parco cittadino a febbraio, su una panchina illuminata solo dai riflessi della luna sul fiume, a mangiare pistacchi e a chiacchierare di calcio con ragazzi e ragazze locali, ammirati perché avevo visto tante volte con i miei occhi Baresi e Maldini giocare a San Siro…..

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Ritrovo serale al ponte Khaju di Isfahan (vikingandre.com)

L’Iran è il Paese in assoluto che più si discosta dai preconcetti e dalle aspettative di chi non l’ha mai visitato di persona. Gli iraniani sono un popolo aperto, generoso, accogliente, gentile, ospitale e soprattutto molto desideroso di parlare, confrontarsi e spiegare ai visitatori la propria cultura, la propria sensibilità religiosa e la propria vita, le preoccupazioni per il lavoro, per la politica internazionale, per il futuro. Se si avrà la pazienza di ascoltare, spogliandosi di ogni preconcetto, magari davanti ad una tazza fumante di tè nero o ad un dolcetto di mandorle e pistacchi, si potranno scoprire e capire molti aspetti della vita locale che, con sfumature diverse, non sono forse così dissimili da quelli di casa nostra.

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Love is in the air: San Valentino al ponte Si-o-se Pol di Isfahan (vikingandre.com)

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La magia del Ladakh: expect the unexpected !

Dopo tanti anni di viaggi in India, effettuati personalmente o organizzati ad altri durante la mia attività di travel designer, mi sono convinto che l’India non è un luogo che si decide di visitare, non è una destinazione che si sceglie di raggiungere: è esattamente il contrario, è l’India che ti sceglie, ti accoglie, ti avvolge, ti invita. Non siamo noi che entriamo in India, è l’India che entra in noi. E questa sensazione è ancor più rafforzata se, nell’ambito del vastissimo subcontinente indiano, la meta specifica è la regione del Ladakh.

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Questa terra racchiusa tra le imponenti catene montuose dell’Himalaya e del Karakorum si trova nello Stato federato di Jammu and Kashmir, nell’India settentrionale, a ridosso dei confini pakistano e cinese. Il suo territorio è desertico di alta montagna, con qualche oasi verde come il capoluogo Leh, che conta circa 10000 abitanti: l’altitudine media è sui 4000 metri ed il clima oscilla tra il gelido ed il fresco per tutto l’anno.

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Il Ladakh non è una meta di viaggio che si sceglie sfogliando una rivista o puntando a caso il dito sul mappamondo che gira. Non è un luogo a cui si pensa per una vacanza convenzionale: “quest’anno ho voglia di montagna, cosa dici cara, preferisci Corvara in Val Badia o Nurla nella Valle di Nubra?”. No, un viaggio in Ladakh deve essere frutto di una scelta consapevole e ben motivata, per questo sono convinto che sia il Ladakh a scegliere chi accogliere tra le sue valli e le sue montagne, non viceversa. Perché il Ladakh è una terra difficile, remota, di confine, non adatta a tutti.

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In Ladakh fa freddo. Non tanto durante il giorno, quando ci si muove e basta essere ben coperti, ma soprattutto di notte: nei campi tendati, nelle guesthouse, nei semplici alberghi il riscaldamento è ancora l’eccezione. Si dorme avvolti in coperte e altre coperte ancora e se non bastano si tengono addosso il pail e la calzamaglia:  perché di notte la temperatura può scendere ampiamente sotto zero anche nella stagione più mite, quella che va da maggio a settembre. E spesso il vento gelido si insinua sotto porte e finestre, i doppi vetri qui sono una rarità.

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Se il Ladakh ti instilla il desiderio di visitarlo, allora tutto è superabile, anche la semplicità e le condizioni spartane dei suoi campi tendati e dei suoi hotel; un po’ più difficile, magari per alcuni, è adattarsi all’idea che i bagni pubblici, quelli per strada o nei punti di ristoro, consistano in semplici 4 pareti ed 1 buco.

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Certo, usufruire del bagno situato nel parcheggio del monastero di Diskit può essere disagevole, la finestra non ha vetri e l’aria fresca filtra depurando fin troppo l’ambiente, ma lo “sforzo” è ripagato dalla vista impareggiabile sulla valle di Nubra che si gode appunto dalla latrina.

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Non è che nei ristoranti la situazione sia molto migliore, a livello di servizi igienici, ma in compenso il cibo è sempre molto dignitoso. Qui, ai confini tra terra e cielo, la varietà e qualità del cibo dipendono ancora moltissimo dalle bizze del clima: l’agricoltura di alta montagna che viene praticata soprattutto in forma di sussistenza lungo le sponde dei fiumi Indo e Zanskar produce patate, insalatine piuttosto amare, tuberi vari, carote e albicocche.

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Il resto proviene via strada dal Kashmir, sempre che le strade siano ben percorribili: quest’anno alcune nevicate di tarda stagione hanno rallentato l’arrivo a Leh dell’aglio e questo fatto ha tormentato non poco i cuochi e le massaie locali, privati di un ingrediente immancabile nella cucina indiana. Gran parte dei ristoranti ladakhi consiste in una saletta con vari tavoli ammassati ed una cucina con fornelli alimentati da bombole a gas: il menu offre circa 5/6 piatti, di cui in genere ne mancano 1 o 2.

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Le bibite gasate tipo Coca Cola o Fanta non mancano mai sul menu, ma mancano sempre nella dispensa del ristoratore: un valido surrogato è il succo di mela dal Kashmir, dolce e naturale, con cui accompagnare semplici pietanze come gli squisiti momo (ravioli ripieni, fritti o al vapore), i noodles cinesi “chow mein”, la zuppa di verdure, il riso fritto o al vapore, con carne di pollo o di montone e delle scodelle di inquietanti spaghetti istantanei in brodo di marca Maggi (pronunciata dai locali “magghi”).

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Nei resort e negli alberghi la scelta di piatti è più ampia ed in alcuni casi raggiunge anche dei lodevoli, seppur discutibili, tentativi di proporre pizza e pasta, ma in genere per i pranzi o si fa affidamento ai box-lunch forniti dal proprio hotel al mattino oppure ci si ferma nei localini di Leh che si affacciano sul “main market” o quelli un po’ più “vissuti” che si trovano lungo le strade e che sono raccomandati dagli autisti locali.

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Questi ultimi sono dei veri artisti della strada e come tutti gli artisti alternano manifestazioni di puro talento alla guida con momenti di fantastica follia. Mediamente i veicoli quassù si presentano in condizioni un filo vissute, d’altronde la polvere si insinua ovunque e soprattutto neve, fango, sassi e buche sono gli elementi con cui ruote e sospensioni hanno a che fare quotidianamente per lunghi tratti. Qualche autista si dota di catene da neve, ma la maggior parte si cimenta in strada con gomme non certamente invernali, ma anzi in condizioni che il mio gommista di fiducia considererebbe “buone solo per cancellare i segni di matita”. Le strade in Ladakh sono generalmente tortuose, strette, ricche di buche, talvolta non sono altro che piste tra i sassi e la sabbia, spesso si presentano ad una sola corsia come quelle che raggiungono i passi del Kardung La e del Chang La. Gli autisti vivono in simbiosi con il proprio veicolo, lo curano e lo tengono pulito quotidianamente, spesso di notte dormono sui sedili con addosso una semplice giacchetta, conoscono ogni strada e scorciatoia e vantano un’esperienza ed una familiarità incredibili con l’ambiente di montagna.

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Questa familiarità spesso si traduce in atteggiamenti alla guida poco compatibili con la concezione di sicurezza su strada tipica del mondo europeo: a parte la nostra scarsa dimestichezza con la guida a sinistra, retaggio del periodo coloniale sotto l’impero britannico, il visitatore non autoctono se vuole evitare un esaurimento nervoso non deve prestare attenzione agli scarsi centimetri di spazio tra il burrone e la ruota del proprio veicolo, alla velocità apparentemente eccessiva e sproporzionata rispetto al fondo scivoloso di molte strade, alle curve completamente cieche imboccate a tutta birra nel bel mezzo della carreggiata, ai sorpassi con il clacson spianato nei confronti di file di giganteschi camion militari pieni di soldati traballanti seduti nel cassone posteriore con in mano fucili altrettanto traballanti, alle lunghe conversazioni via sms con amici, parenti, fidanzate che l’autista intrattiene con il cellulare mentre effettua tutte le precedenti menzionate attività.

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A poche centinaia di metri dal passo Chang La (5360 metri sul livello del mare), mi trovo davanti ad una scena meravigliosamente indiana e quindi meravigliosamente surreale allo stesso tempo: strada ad una corsia coperta da 30 cm di neve che si arrampica tortuosa tra distese alte 2 metri di altra neve; paesaggio fiabesco e rarefatto in cui gli unici colori sembrano il bianco abbagliante ed il blu del cielo terso, l’ambiente ideale per avvistare il leopardo delle nevi o l’aquila dorata; traffico fermo; nessuno sale, nessuno scende; coda, colonna di veicoli in salita fermi, colonna di veicoli in discesa fermi, apparentemente nessuno spazio per alternarsi e sbloccare lo stallo; un camion militare con il cassone strapieno di bidoni metallici che sbattono tra loro (chissà cosa contengono, benzina, lubrificanti, oli combustibili, petrolio… boh, meglio non saperlo) tenta di procedere slittando e sbuffando a pochi centimetri da un altro gigantesco camion le cui ruote motrici non riescono a far presa sulla neve a causa delle continue oscillazioni del carburante contenuto nella sua cisterna (questo si sa che è carburante infiammabile, perché è scritto a grandi lettere con la vernice rossa). Non serve far notare che nessuno dispone di catene da neve o quantomeno di pneumatici invernali. La situazione sembra impossibile da risolvere, due camion enormi che si fronteggiano su una strada ad una corsia a 5200 metri piena di neve, entrambi con gomme lisce e circa 20 auto/pulmini alle proprie spalle in entrambe le direzioni. Ma gli indiani, si sa, non sono gente qualsiasi: dopo circa 3 ore, tra innumerevoli tentativi, sabbia buttata sotto le ruote, tra conciliaboli in hindi, ladakho, inglese e hinglish di autisti, passeggeri e militari, tra tazze di gur-gur chai bollente spuntate da thermos improvvisati e altri innumerevoli tentativi, sabbia, conciliaboli e chai sempre più tiepido, miracolosamente la situazione si sblocca ed il traffico torna a scorrere lentamente in questa remota arteria di montagna. In genere a chi non è del posto (o a chi non è Simone Moro) si consiglia di restare non più di 10/15 minuti oltre i 5000 metri di altitudine, giusto il tempo per qualche foto ricordo, per sorseggiare un chai al rifugio o per la minzione più alta della vostra vita. Dopo 3 ore la scarsità di ossigeno e le emozioni di un ingorgo stradale ad alta quota prendono il sopravvento e mi appisolo lungo i tornanti della discesa, mentre tra i meandri della mia mente annebbiata e pulsante di dolore si fa largo un pensiero “ma perché al posto dell’autista sta guidando Gigio Donnarumma?”. In realtà non c’è da preoccuparsi, il talento degli autisti alla guida prevale (quasi) sempre sulle loro bizzarrie di artisti del volante e al mio risveglio al Gompa di Chemrey il portiere del Milan aveva lasciato il posto al nostro driver Fida alla conduzione della Mahindra.

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Un altro aspetto del Ladakh che può far desistere il viaggiatore comune da una visita a queste altitudini è la massiccia presenza militare dell’esercito indiano. Parliamo di una zona di confine, da una parte c’è il Kashmir con le continue tensioni tra hindu e musulmani che risalgono all’indipendenza dell’India e alla suddivisione del suo vasto territorio con la nascita di Pakistan e Bangladesh; poi c’è appunto il confine con il Pakistan, un Paese a parere dei miei amici indiani “più dedito a spendere il proprio PIL in armamenti che in scuole e strade”; infine c’è il confine con la Cina, altra super potenza mondiale con cui l’India mantiene rapporti di reciproca diffidenza e che i monaci ed i buddisti locali ritengono responsabile della persecuzione culturale e anche fisica nei confronti dei cugini tibetani.

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Non sorprende perciò che le vallate ladakhe siano disseminate di accampamenti militari e che il suo territorio (strade, passi, ponti, aeroporto) sia sotto stretto controllo dell’esercito. Come straniero ho dovuto richiedere ed ottenere svariati permessi per muovermi per esempio nella valle di Nubra e nella zona del lago Pangong, situato a pochi chilometri dal confine sino-tibetano. In generale, non è che la presenza militare crei grande disagio o fastidio; personalmente mi inquieta sempre un pò vedere un soldato in uniforme con una mitragliatrice a tracolla che fa la spesa in un emporio di Leh, non amo il mondo militaresco e quindi sono allergico alla retorica degli slogan che campeggiano un po’ ovunque in Ladakh, tipo “train hard, fight easy” o “only best of the friends and worst of the enemies visit us”… bisogna ammettere comunque che senza l’Indian Army non ci sarebbero strade e ponti, approvvigionamenti alimentari e di carburanti, linee elettriche e anche internet: tralicci, ripetitori e connessioni varie dipendono dal lavoro dei militari che dopo ogni inverno ripristinano gli impianti e consentono una seppur instabile distribuzione di elettricità e di un debole segnale internet.

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Ma il viaggiatore che, nonostante le suddette argomentazioni “deterrenti”, senta ancora il richiamo del Ladakh, non si preoccupa certo della mancanza di una connessione internet.

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Chi decide di partire in aereo da Delhi per raggiungere l’aeroporto di Leh, comincerà a stropicciarsi gli occhi non solo per il sonno (i voli partono all’alba), ma anche per i paesaggi straordinari che si ammirano dall’alto: vallate di alta quota, picchi innevati che sembrano sfiorare le ali protese dell’aeromobile, lande immacolate e poi…. boom ! Eccolo, il Ladakh, con le sue rocce color oro ed i suoi villaggi circondati da oasi verdi: già atterrare qui è uno spettacolo.

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Trovarsi ad un’altitudine variabile tra i 3500 metri di Leh ed i 5600 metri sul livello del mare del passo Kardung La è un’esperienza letteralmente per cuori forti; l’aria rarefatta, leggera, fredda di un freddo secco e povero di ossigeno, ha subito effetti benefici: il fumo viene abolito, neanche il tabagista più incallito riesce a inalare più fumo che ossigeno senza rischiare lo svenimento, la dieta si riduce a cibi leggeri e in quantità più limitate oltre che a tanti liquidi che provocano una sana e frequente attività depurativa della vescica, i movimenti e la camminata pian piano assumono un ritmo meno frenetico e più in sintonia con la natura del luogo, lo smartphone sempre più spesso rimane in tasca e viene consultato sempre con minor frequenza, tanto è costantemente muto e sconnesso dal mondo.

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Ma la metamorfosi più affascinante che la gente subisce in Ladakh è legata al silenzio: anche le persone più loquaci e logorroiche qui non riescono a respirare, camminare e parlare allo stesso tempo, cominciano ad affannarsi e quindi imparano a tenere a freno la lingua, a pensarci più volte prima di sprecare energie ad aprir bocca, a risparmiare letteralmente il fiato.

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Nel silenzio ritrovato, è possibile apprezzare il suono del vento che soffia tra i pioppi di montagna, il richiamo delle marmotte che corrono tra le rocce, il fruscio delle ali di una gazza che porta un ramoscello a rafforzare il nido, il gorgoglio delle acque del fiume Indo, costante compagno di viaggio in queste valli… Oppure,  semplicemente, contemplare il silenzio: unico e travolgente per chi è purtroppo assuefatto a trilli, vibrazioni, suonerie, vociare, chiacchiericci e rumori urbani assortiti.

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Sul tetto del mondo, ad un passo dal cielo e lontano dai rumori e dalle comodità delle grandi città, viene quasi naturale la riflessione e la meditazione sui grandi temi della spiritualità: di fronte ad una natura così incontaminata, selvaggia, dirompente, bellissima, eterna… è inevitabile chiedersi chi ha creato tutto ciò, come e perché.

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In queste terre himalayane sorgono innumerevoli monasteri buddisti, strutture semplici, spartane, fatte di legno e pietre antiche, decorate con infinite ruote delle preghiere o bandierine colorate che diffondono nel vento il mantra “om mani padme hum”: in questi rifugi più o meno remoti, affacciati su paesaggi di una intensità emotiva quasi divina, lontani dai comfort e dalle tentazioni, vivono intere comunità di monaci, pacifici ed indisturbati (a differenza dei loro pari tibetani), dedicandosi agli studi, alla preghiera, alla meditazione, alla medicina ayurvedica-tibetana, alla ricerca buddista del Nirvana e anche alla risoluzione di problemi molto più terreni come la gestione di orfanotrofi, la cura dell’educazione tramite seminari e scuole per i bambini locali, la stampa e diffusione di scritti per esempio sui cambiamenti climatici (se ne accorgono i monaci a 4000 metri, com’è che non se ne accorge il presidente degli Stati Uniti d’America?).

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In Ladakh esistono innumerevoli monasteri, tutti affascinanti e interessanti da visitare, ma alcuni mi hanno colpito particolarmente: quello di Diskit beneficia di una vista magnifica sulla valle di Nubra e sulle sue caratteristiche dune di sabbia solcate dal fiume Shyok; quello di Thiksay, arroccato su una collina ad una ventina di chilometri da Leh, è incredibilmente scenografico nella sua somiglianza con il Potala di Lhasa e per questo ben riconoscibile anche a grande distanza; quello di Lamayuru, dall’architettura semplice e lineare, venne edificato dove si incontrano spettacolari conformazioni geologiche che sembrano provenire direttamente da un paesaggio lunare ed una vallata ricca di campi e terrazzamenti all’ombra di immense vette innevate; quello di Alchi, poco attraente dall’esterno, ma che al suo interno svela stupende decorazioni lignee e pregevoli affreschi colorati di scuola kashmira.

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Chi sente forte il desiderio di viaggiare in Ladakh non resterà deluso dalla magia di questi spazi immensi e dalla sua natura dominante, il Ladakh sa ricompensare coloro che non temono di superare i disagi e le scomodità necessari per raggiungerlo e per viverci.

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A me il Ladakh ha regalato un’emozione probabilmente irripetibile: dopo un lungo e scenografico percorso attraverso la valle del fiume Shyok, caratterizzato da una sequenza infinita di scorci panoramici continuamente cangianti a seconda del movimento e della forma delle nuvole, giungo sulle rive del lago Pangong, un luogo remoto situato letteralmente nel nulla, a 4200 metri di altitudine, tra pacifici yak che contendono agli asini selvatici i pochi fili d’erba che crescono qui, ad una manciata di chilometri dal confine tibetano.

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Le sfumature del tramonto trasformano i colori dell’acqua del lago come il pennello sulla tavolozza di un pittore impazzito: blu, turchese, smeraldo, poi arancione, violetto ed infine grigio e nero, nerissimo, scuro come il cielo che si fa buio. Dal mio bungalow affacciato sul lago, dotato di un’ampia vetrata, mi godo questo spettacolo della natura sdraiato sul letto.

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Mi addormento profondamente, ma in piena notte, verso le 4, qualcosa infastidisce il mio sonno, comincio a girarmi e rigirarmi sotto le spesse coperte… finché cedo ed apro gli occhi: un bagliore lieve, ma insistente, diffuso, proviene dalla vetrata. L’alba alle 4 del mattino? Impossibile. Stropiccio gli occhi ed osservo meglio: una stellata mozzafiato ricopre tutto il cielo limpido, stelle a perdita d’occhio trafiggono il nero del firmamento e si riflettono nelle acque del lago. Il cielo avvolge la terra in un tripudio di stelle e io lì, piccolo ed insignificante, a bocca e occhi spalancati, che osservo estasiato come un bimbo col naso incollato al vetro…

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…questa è la magia del Ladakh: “expect the unexpected!”.

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Un viaggio nella cucina indiana

Il masala è una mistura di spezie naturali dalle caratteristiche molto diverse tra loro: coriandolo, cumino, cardamomo, pepe nero, semi di finocchio, senape, chiodi di garofano, peperoncino e curcuma. Queste spezie, miscelate sapientemente ed in modo equilibrato tra loro, sanno dar vita e sapore a molti piatti della gastronomia orientale.

masala

Il masala, parola che deriva dal persiano “maṣālih”, cioè “ingredienti”, è da considerare l’essenza della gastronomia indiana: non solo perché rappresenta la base di ogni creazione culinaria locale, ma anche perché riflette la ricchezza e la varietà culturale, etnica, geografica, storica dell’India stessa.

Assaporare le pietanze dell’India è come tracciare un percorso di viaggio nei suoi immensi territori, partendo dalle alte vallate himalayane fino alle coste meridionali bagnate dal Mar Arabico.

In alta montagna, al confine col Tibet e lungo la valle dell’Indo, la natura non è generosa con gli abitanti del Ladakh: la loro cucina è essenziale, energetica, si basa su zuppe calde come la thukpa, un denso brodo di patate, barbabietole, fagioli, pezzi di pollo e montone, con riso e piadine di farina ad accompagnare il tutto. Una giornata di meditazione al monastero di Thiksey non può che cominciare con una tazza bollente di gurgur chai, un tè verde molto forte, condito con burro e sale, che prende il nome dal caratteristico suono dell’acqua durante la bollitura.

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Le vaste pianure dell’India settentrionale, quelle intorno a Delhi, del Punjab e del Rajasthan, sono state storicamente terre di passaggio e di grandi invasioni: il carattere della gente, i tratti somatici, le forme culturali come la danza e la musica, nonché le opere architettoniche del passato come il monumentale Taj Mahal, nei secoli si sono miscelati, sfumati e armonizzati, esattamente come le spezie del masala. I mercanti provenienti dall’Europa e dal Medio Oriente lungo le vie carovaniere trasportavano con sé pietre preziose, tessuti raffinati, idee innovative, ma anche spezie e cibi esotici. Ugualmente gli imperatori moghul di origine araba, insieme alla propria religione, portarono e imposero in India tradizioni culturali e gastronomiche tipiche delle loro zone di provenienza.

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La cucina dell’India del Nord è fatta di sapori forti, nasce al sole del deserto del Thar sotto i cui raggi i peperoncini vengono lasciati ad essiccare, perdono i loro umori ma conservano il fuoco che andrà poi a insaporire molti piatti della cucina rajasthana.

Ogni regione dell’India propone il proprio thali, cioè letteralmente un “vassoio” contenente un intero pasto suddiviso in tazze (katoris) da cui attingere rigorosamente a mani nude: la quintessenza della cucina del Nord è la lenticchia, detta daal, paragonabile forse alla pasta italiana per la quantità e la qualità di varianti con cui viene cucinata e proposta; per tradizione religiosa, molti indiani sono vegetariani e le lenticchie insieme al riso byriani (cioè al vapore) e alle piadine (in tutte le sue forme: chapati, roti, naan) rappresentano la base di un pasto tipico. Il thali viene arricchito con alcune salse a cui attingere per insaporire i cibi, tra cui le varie chatni (cioè condimenti “chutney” agrodolci a base di frutta o verdura e zucchero) e gli intingoli a base di yogurt con l’aggiunta di foglioline di menta fresca tritata.

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La mucca in India è simbolo di benessere, da secoli aiuta nei lavori agricoli, fornisce nutrimento grazie al latte e ai suoi derivati e anche combustibile grazie ai suoi escrementi accuratamente raccolti ed essiccati. Non sorprende che gran parte degli indiani non mangi carne di bovino: la tradizione religiosa si fonde da secoli al buon senso, vi immaginate più di un miliardo di persone che alleva e consuma mucche ? Le risorse agricole del Paese si esaurirebbero in pochi decenni….! Ma chi, pur rispettando “the holy cow”, gradisce gustarsi altri tipi di carne, la cucina locale offre un’infinità di piatti a base di pollo, montone, agnello e più raramente suino.

Nel Nord dell’India, il più antico e tradizionale metodo di cottura delle carni è rappresentato dal forno tandoori, consistente in una campana d’argilla rovesciata (spesso parzialmente interrata) in cui la brace sul fondo cuoce uniformemente i cibi introdotti. Il forno tandoori viene utilizzato prevalentemente per arrostire le carni che vi vengono introdotte su lunghi spiedini (kebab), ma anche le verdure (pomodorini, cipolle, patate…) e le piadine; queste ultime vengono letteralmente “stampate” sulle pareti del forno e lasciate scaldare fino a diventare fragranti e l’abilità del cuoco consiste nel recuperarle un attimo prima che si stacchino da sole e cadano nella brace.

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Man mano che si percorre il subcontinente indiano e si scende verso il Sud, le tradizioni gastronomiche cambiano ed interpretano localmente i cardini basilari della cucina nazionale.

Ogni regione propone il proprio thali assemblando gli ingredienti locali secondo innumerevoli variazioni; per esempio in Maharastra, la regione di Mumbai, sia le bancarelle per strada che i raffinati ristoranti urbani alla moda propongono un piatto tipico molto apprezzato, il pav bhaji, una sorta di passato di verdure speziato accompagnato da un soffice panino al burro.

Nell’India del Sud la cucina è influenzata dal clima tropicale e dalla presenza del mare: gli ingredienti sono freschi e i raccolti abbondanti grazie alla maggior presenza di acqua, le risaie si estendono tra il mare e le “backwaters” del Kerala, i sapori si addolciscono e sono meno piccanti rispetto al Nord. I pescatori di Kochi usano ancora le antiche reti quadrate cinesi per catturare il pesce fresco, oppure solcano le acque del mar Arabico per portare sulle tavole sardine, sgombri, gamberi ecc.

Il latte di cocco è molto diffuso da queste parti e contribuisce alla preparazione di molti piatti che spesso fanno uso di verdure e frutta fresche (come le banane, le cui foglie vengono frequentemente utilizzate per decorare le pietanze), accompagnati da riso basmati.

Forse uno dei piatti più famosi e diffusi in Karnataka, Kerala e Tamil Nadu, pur con varianti locali, è il masala dosa, una pastella di lenticchie e riso fritta e farcita a piacimento con verdura, carne, pesce, formaggio.

masala-dosa

Le colline che da Munnar e Peryar scivolano dolcemente fino al mare ospitano poi delle immense piantagioni di tè, grazie al microclima favorevole di queste altitudini: furono i britannici ad intraprendere alla fine dell’Ottocento il processo di produzione di tè e tuttora questa bevanda ha un larghissimo consumo in India, a colazione, ma anche alla fine dei pasti o durante la giornata. Una versione molto tipica e gustosa è il masala chai, cioè un tè nero insaporito con il latte e aromatizzato con un pizzico di spezie (tra cui zenzero e cardamomo).

L’India del Sud, grazie alle sue ampie risorse naturali, ha fatto gola (letteralmente) a molte potenze coloniali europee e in queste regioni strategicamente affacciate su due mari si sono succeduti protettorati e comunità mercantili di varie nazionalità. Questo masala di culture ha lasciato delle forti influenze anche sulla gastronomia locale, basti pensare alla presenza olandese e portoghese a Kochi in Kerala o a quella francese a Pondicherry in Tamil Nadu.

La Gran Bretagna è però la nazione che più diffusamente e più a lungo ha dominato l’India: in campo gastronomico gli inglesi non avevano molto da insegnare ed imporre agli indiani e per questo prevalentemente si sono fatti loro influenzare dalla cucina locale, portando nella madrepatria ingredienti e ricette imparate localmente. L’esempio più famoso di questo masala gastronomico è il curry: nacque in Tamil Nadu come kari, una densa salsa speziata destinata ad accompagnare carni, riso e verdure stufate, venne adottata dai Portoghesi e poi dagli Inglesi che reinterpretarono e diffusero il curry in patria; invertendo la proporzione degli ingredienti, la salsa indiana che insaporiva pollo e riso divenne, con l’introduzione del peperoncino scoperto in Sudamerica, uno stufato inglese piccante di pollo con un po’ di riso d’accompagnamento.

curry

Oggi il curry è una pietanza gustata e cucinata in tutto il mondo e, grazie agli oltre 9000 ristoranti indiani, bengalesi e pakistani presenti nel Regno Unito, è stato recentemente riconosciuto come uno dei piatti nazionali britannici.

Altri cibi e bevande fecero il percorso inverso dalla Gran Bretagna all’India, tra queste la birra: George Hodgson, un mastro birraio che riforniva le truppe britanniche di stanza oltremare, riuscì all’inizio dell’Ottocento a produrre una birra leggermente ambrata ad alta fermentazione (pale ale) che, grazie al robusto impiego di luppolo del Kent appena colto, fosse in grado di resistere ai 6 mesi di viaggio per mare, in barili di legno…. nacque così l’India Pale Ale (IPA).

ipa

E’ opinione diffusa che l’India non sia adatta ad essere visitata con i bambini ed erroneamente molti pensano che il cibo locale sia la causa principale: troppo speziato e piccante per essere apprezzato dai piccoli viaggiatori. In realtà la ricchezza e la varietà della cucina indiana consentono di trovare tranquillamente e in ogni regione qualche pietanza e bevanda conforme ai gusti dei bambini.

I samosa, per esempio, sono piccoli snack apprezzati da tutti i bimbi indiani che li divorano a merenda e perfetti anche per gli stomaci affamati dei giovani visitatori: fagottini ripieni di verdure e/o di carne tritata, di forma triangolare, da immergere a piacimento in qualche intingolo.

samosa

Una bevanda molto apprezzata da grandi e piccoli, diffusa in tutta l’India, è il lassi, una bibita rinfrescante a base di yogurt, insaporita con un pizzico di cannella o altre spezie. Viene sorseggiata nelle calde estati indiane, in bicchieri di coccio, spesso a fine pasto grazie alle sue proprietà digestive, frequentemente frullata con frutta fresca come mango, banana o essenza di rosa.

mango-lassi

Nel panorama gastronomico indiano non manca poi un’infinità di dolci, letteralmente da leccarsi le dita: il gulab jamun consiste in palline di latte e farina fritte, ricoperte da sciroppo; il gelato indiano, detto kulfi, ha un delicato retrogusto di spezie, soprattutto cardamomo e viene proposto in gusti tratti da ingredienti locali come pistacchio, mango e mandorle; imperdibile infine è il budino di riso indiano, conosciutissimo come kheer, una specialità a base di burro chiarificato (ghee), latte, riso, zucchero, anacardi e un pizzico di zafferano a colorare e insaporire il tutto.

Dopo tutto questo mangiare e bere, cosa manca per concludere il pasto e aiutarci a digerire tutte queste squisitezze indiane? Piccoli scrigni in legno e argento svelano una serie di cassettini traboccanti di semi di finocchio, anice e sesamo, cristalli zuccherati, scaglie di cocco e chicchi alla menta: sono i mukhwas, il modo più rinfrescante e colorato per concludere la nostra esperienza culinaria indiana.

mukhwas

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Paesaggi e sapori d’Italia, tra Marche e Toscana (parte seconda)

Giungiamo nelle Terre di Siena al calar del sole, quando le ombre dei cipressi si allungano sui campi di girasoli: il paesaggio è il primo aspetto che colpisce chi si addentra nella campagna toscana, un paesaggio naturale fatto di dolci colline e di pendii modellati dalla mano dell’uomo in poderi, campi e oliveti. Non è difficile intuire il motivo della popolarità di cui gode questa terra tra i viaggiatori, soprattutto nordeuropei: panorami bucolici baciati dal sole, deliziosi borghi intrisi di storia e cultura, gastronomia d’eccellenza fondata sulla produzione di carne chianina e di buon vino.

Tramonto estivo sulle "terre di Siena" (vikingandre.com)

Tramonto estivo sulle “terre di Siena” (vikingandre.com)

Anna ci accoglie nel suo casolare trasformato in bed&breakfast: Casa Elisa tra Sinalunga e Lucignano (http://www.casaelisa.net/) è la location ideale per una vacanza dinamica nella campagna toscana, in quanto sufficientemente isolata per godersi un po’ di relax e tranquillità, ma anche ben servita per esplorarne i dintorni. La cortesia e la disponibilità di Anna sono un apprezzato valore aggiunto e la presenza di una bella piscina circondata da un curato giardino dotato pure di barbecue rende il soggiorno presso Casa Elisa molto apprezzato da famiglie con bambini come la nostra.

Casa Elisa, Sinalunga (web)

Casa Elisa, Sinalunga (web)

Non occorre soffermarsi sulla descrizione dei borghi che compongono la galassia turistica dell’entroterra toscano: località quali San Gimignano con le sue imponenti torri, Monteriggioni con le sue antiche mura fortificate, Siena con la sua celebre piazza del Campo sede del Palio, Chiusi con le sue antiche vestigia etrusche, Pienza con la sua passeggiata romantica e le sue botteghe dell’olio e del formaggio pecorino, Cortona con la sua bella scalinata che porta al palazzo comunale e Chianciano con le sue terme dalle acque benefiche godono tutte di un’ampia popolarità e sono quindi  meta di un numero molto maggiore di visitatori rispetto a quelle marchigiane e in effetti meritano senz’altro una visita. Un piccolo borgo medievale che generalmente non compare nel radar del turismo di massa è Lucignano, in Valdichiana: ci appare alla sommità di una collina nella consueta armonia del paesaggio rurale toscano e ci colpisce piacevolmente con il suo impianto urbanistico di forma ellittica ad anelli concentrici.

Pienza (vikingandre.com)

Pienza (vikingandre.com)

Anche Montepulciano raccoglie un particolare consenso durante la nostra visita: viene spontaneo pensare agli scorci romantici e ai pittoreschi vicoli del suo centro storico dove Medioevo e Rinascimento paiono fondersi, oppure all’impareggiabile vista panoramica sulla Val d’Orcia e sulla Val di Chiana o infine alle prelibatezze che si possono gustare nelle sue innumerevoli taverne e osterie. No, in realtà il successo di Montepulciano tra chi, come noi, ha figlie teenager, è dovuto soprattutto al fatto che tra le sue strade sono state filmate alcune sequenze di “Twilight-New Moon”, pellicola che racconta le vicissitudini d’amore tra una giovane umana, Bella, e un bel vampiro, Edward. La storia originale tratta dal romanzo di Stephanie Meyer del 2006 è ambientata in realtà a Volterra, ma ai registi del film è sembrata più adatta la location della piazza centrale di Montepulciano.

Bella a Montepulciano (...ma nel film non era Volterra ?!?) web

Bella a Montepulciano (…ma nel film non era Volterra ?!?)

In questa zona, particolarmente famosa per i vigneti e per la qualità del suo vino, troviamo con sollievo un agriturismo che produce invece dell’ottima birra artigianale: la Brasseria della Fonte (http://www.lafonte.toscana.it) non solo serve squisiti piatti della tradizione toscana presso una terrazza panoramica nel verde da cui si gode una bella vista sulle colline tra Pienza e San Quirico d’Orcia, ma li accompagna anche con pinte di fresca birra artigianale alla spina, tra cui una piacevole “american pale ale” ed una estiva “summer ale”. Il luppolo viene coltivato, raccolto e lavorato direttamente sul posto, dando vita al motto “dalla pianta alla pinta”. La scoperta quasi casuale di questo santuario della birra artigianale nel cuore della Toscana vinicola, mi fa scoprire un piccolo mondo di micro birrifici artigianali locali, vere aziende agricole con propri campi e casolari che sviluppano il processo di produzione e mescita con la stessa cura e qualità dei più celebri mastri vinai: tra gli altri, vorrei menzionare il Birrificio San Quirico di San Quirico d’Orcia (http://www.birrificiosanquirico.it/), il Birrificio Saragiolino di Torrita di Siena (http://www.saragiolino.it/) ed il Birrificio La Stecciaia di Rapolano Terme (http://www.lastecciaia.it).

Birra artigianale made in Tuscany (vikingandre.com)

Birra artigianale made in Tuscany (vikingandre.com)

L’acqua su cui si basa la produzione della birra è un elemento indissolubilmente legato alle Terre di Siena: pur senza grandi fiumi e lontane dal mare, sono attraversate infatti da un’infinità di ruscelli, fiumiciattoli e sorgenti a cui gli etruschi dedicarono vari templi e su cui i romani edificarono i bagni termali. Bagno Vignoni è un piccolissimo quanto antico borgo della Val d’Orcia che deve la sua unicità alle tiepide acque termali che sgorgano da una falda sotterranea di origine vulcanica. Il cuore del paesino è una grande vasca d’acqua termale rettangolare detta “Piazza delle sorgenti”, intorno alla quale troviamo alcuni edifici in stile rustico che ospitano ristorantini, alloggi, bed&breakfast e negozietti di artigianato locale. L’atmosfera che si respira sembra immutata nel tempo e passeggiando intorno alla piazza si può immaginare di incontrare da un momento all’altro Lorenzo il Magnifico, Caterina da Siena o qualche pellegrino in marcia lungo la via Francigena. L’acqua tiepida scorre fino ad una piccola scarpata da cui zampilla prima di formare delle piscine in cui è possibile immergersi per fare il bagno e spalmarsi la pelle di benefici fanghi.

Bagno Vignoni: warm water & mud (vikingandre.com)

Bagno Vignoni: warm water & mud (vikingandre.com)

Dopo una corroborante immersione nelle acque termali di Bagno Vignoni ci concediamo un ultimo pasto a base di prelibatezze toscane presso la Taverna Il Loggiato (http://www.illoggiato.com/), prima di riprendere la via di casa.

"... non sempre serve prendere un aereo per sentirsi in vacanza !" (vikingandre.com)

“… non sempre serve prendere un aereo per sentirsi in vacanza !” (vikingandre.com)

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Paesaggi e sapori d’Italia, tra Marche e Toscana (parte prima)

Marche e Toscana sono la meta ideale per chi cerca una vacanza all’insegna del relax in un contesto delineato da paesaggi panoramici, borghi medievali e gastronomia di qualità. Con in mente questi tre punti fermi partiamo per Jesi all’alba di una giornata di agosto: l’idea è quella di fissare una base tra le colline del maceratese ed una nella campagna senese e poi di vagabondare nei dintorni per una settimana, in totale libertà.

La campagna marchigiana presso Filottrano (vikingandre.com)

La campagna marchigiana presso Filottrano (vikingandre.com)

L’Italia in epoca medievale ha visto nascere la cosiddetta civiltà comunale, cioè un’organizzazione della vita pubblica basata sul governo urbano: la città (e successivamente la Signoria) costituiva la cellula base dell’economia, della politica e della cultura. Marche e Toscana sono ricche di borghi che sembrano catapultati quasi intatti dall’epoca medievale, quando i poteri locali sfidavano quello papale, quello imperiale e quello di altre città rivali.

Treia (vikingandre.com)

Treia (vikingandre.com)

A Jesi beviamo un cappuccino non lontano dalla piazza che diede i natali all’imperatore Federico II nel 1194, fatto storico che confermò di fatto l’ampia autonomia ed il conseguente benessere della cittadina: passeggiando per il centro contornato da possenti mura quattrocentesche, si possono ammirare innumerevoli palazzi, chiese, musei e cortili fioriti.

Jesi (vikingandre.com)

Jesi (vikingandre.com)

Cingoli è un grazioso borgo situato in una splendida posizione panoramica e non a caso tra i locali è conosciuto come “il balcone delle Marche”: la vista che si gode dall’alto della collina su cui è appollaiato spazia dal mare intorno al parco del Conero fino ai monti Sibillini, abbracciando le campagne pennellate del giallo dei girasoli e sullo sfondo le cime del massiccio abruzzese della Maiella. Christian ci fornisce un comodo appartamento ad Avenale, nei pressi di Cingoli, in una palazzina ben ristrutturata con giardino e piccola piscina (http://www.apartamentoslapanoramica.com/).

Cingoli (vikingandre.com)

Cingoli (vikingandre.com)

Nei pressi di Cingoli si scorge un laghetto che spunta tra prati, boschi e dolci colline: l’acqua trasparente di questo bacino artificiale creato da una diga ed il bucolico paesaggio a ridosso degli Appennini lo rende una gradevole meta per picnic, passeggiate e giri in bicicletta.

Lago di Cingoli (vikingandre.com)

Lago di Cingoli (vikingandre.com)

Non distante sorge un altro borgo medievale di grande fascino, Treia: dalla balconata della piazza centrale si può ammirare un magnifico panorama collinare e anche osservare i ragazzi del posto che si sfidano in un’antica disciplina sportiva secentesca, il “pallone col bracciale”, una specie di mix tra tamburello, tennis e pelota spagnola.

Vista panoramica da Treia (vikingandre.com)

Vista panoramica da Treia (vikingandre.com)

Treia (vikingandre.com)

Treia (vikingandre.com)

Per l’ora di cena ci rechiamo tra le colline di Filottrano, precisamente presso Ca’ Vecchia Beerstrot (http://www.beerstrot.it/): il motto del locale è “per chi – come noi – ama la birra artigianale e il buon cibo”. In effetti, la scelta di birre artigianali alla spina ed in bottiglia è eccellente (consiglio l’american pale ale MC77 Bastogne, la ipa leggera Emiliano Tropicale e la golden Mukkeller PSE) ed il cibo molto gradevole (gustosi gli hamburger e le costine al forno): ma è la location che rende il Beerstrot un locale davvero imperdibile, con i tavoli distribuiti in uno spazio aperto circondato da campi di girasole e siepi di rosmarino profumato. Osservare il sole che tramonta dietro il profilo delle colline marchigiane ed i borghi medievali, sorseggiando una pinta di squisita birra artigianale, è davvero un’esperienza unica.

Tramonto sul Beerstrot (vikingandre.com)

Tramonto tra le siepi di rosmarino del Beerstrot (vikingandre.com)

Così come unica è l’atmosfera che si respira a Recanati, il borgo famoso per aver dato i natali al poeta Giacomo Leopardi. Alzi la mano chi non ha imprecato almeno una volta quando a scuola gli insegnanti ci facevano studiare a memoria “L’Infinito” , “A Silvia” ed “Il sabato del villaggio”; passeggiando per le strade di Recanati, ammirando il panorama dalle sue terrazze e girovagando nei pressi della casa del giovane Giacomo, mi ritrovo ad immaginare i pensieri e le riflessioni che hanno indotto il poeta a scrivere i suoi versi e… “il naufragar m’ è dolce in questo mar” !

Vista panoramica da Recanati (vikingandre.com)

Vista panoramica da Recanati (vikingandre.com)

Ed il mare del Conero non è troppo distante: quando il sole da rovente diventa tiepido e comincia ad allungare le ombre dei bagnanti che si allontanano dai sassi bianchi della spiaggia di Portonovo, è segno che è giunta l’ora di un bel bagno nelle acque limpide vegliate dai faraglioni delle “due sorelle”.

Portonovo (vikingandre.com)

Portonovo (vikingandre.com)

Sulla via del ritorno alla nostra dimora nell’entroterra ci fermiamo a cenare in uno di quei ristoranti che apparentemente giudicheresti insignificanti, ma che poi si rivelano di grande soddisfazione per il palato. L’Osteria del Moro di Potenza Picena (http://www.osteriadelmoro.it/) ci accoglie sotto un fitto pergolato di uva e ci serve eccellenti ed abbondanti piatti di cucina casalinga, a partire dalla crescia (una sorta di deliziosa piadina locale), passando per gli strozzapreti al ragù e concludendo con saporiti arrosticini. Non c’è pericolo, in Italia a livello di gastronomia si casca sempre in piedi ed è sorprendente la varietà e la qualità della cucina locale marchigiana.

Crescia marchigiana (vikingandre.com)

Crescia marchigiana (vikingandre.com)

E personalmente ho trovato una piacevole sorpresa anche la visita di Macerata. Uno pensa a Macerata e cosa gli viene in mente ? A me onestamente, prima di visitarla, nulla. Solo un nome di un qualsiasi capoluogo di provincia italiana. E invece si rivela una piacevolissima cittadina: gironzoliamo tra i vicoli e le piazzette del centro storico, all’ombra di palazzi, mura cinquecentesche, chiese e cogliamo subito un ambiente vivace grazie alla presenza dell’università e di innumerevoli localini, osterie, negozietti, teatri (tra cui l’incredibile Sferisterio), ristoranti, cinema. Tutto contribuisce a ravvivare le stradine di una Macerata che sembra ancora indecisa se mantenere la sua indole provinciale e agricola o se abbracciare appieno il ruolo di centro culturale del territorio.

Montelupone (vikingandre.com)

Montelupone (vikingandre.com)

Territorio che ci apprestiamo a salutare non prima di un’ultima tappa, in uno dei borghi di origine medievale tra i più eleganti e meglio conservati di tutte le Marche: Montelupone si presenta sonnacchioso in questo pomeriggio di agosto e ci avvolge con la sua atmosfera d’altri tempi, alimentata dalla vista sulle colline coltivate che lo circondano, dalle mura con le porte merlettate che lo delimitano e dalle viuzze che si snodano all’ombra di case ed edifici in mattoni rustici. La piazzetta nel cuore del paese è davvero caratteristica, dominata dal palazzo del podestà con i suoi ampi portici e la sua tipica torre con orologio: sembra di trovarsi in un poema di Giacomo Leopardi, quando “già tutta l’aria imbruna, torna azzurro il sereno, e tornan l’ombre giú da’ colli e da’ tetti, al biancheggiar della recente luna.

Le colline delle Marche (vikingandre.com)

Torna azzurro il sereno sulle colline delle Marche (vikingandre.com)

(un caloroso GRAZIE al Dr Claudio per i preziosi consigli culturali e gastronomici !)

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