La magia del Ladakh: expect the unexpected !

Dopo tanti anni di viaggi in India, effettuati personalmente o organizzati ad altri durante la mia attività di travel designer, mi sono convinto che l’India non è un luogo che si decide di visitare, non è una destinazione che si sceglie di raggiungere: è esattamente il contrario, è l’India che ti sceglie, ti accoglie, ti avvolge, ti invita. Non siamo noi che entriamo in India, è l’India che entra in noi. E questa sensazione è ancor più rafforzata se, nell’ambito del vastissimo subcontinente indiano, la meta specifica è la regione del Ladakh.

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Questa terra racchiusa tra le imponenti catene montuose dell’Himalaya e del Karakorum si trova nello Stato federato di Jammu and Kashmir, nell’India settentrionale, a ridosso dei confini pakistano e cinese. Il suo territorio è desertico di alta montagna, con qualche oasi verde come il capoluogo Leh, che conta circa 10000 abitanti: l’altitudine media è sui 4000 metri ed il clima oscilla tra il gelido ed il fresco per tutto l’anno.

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Il Ladakh non è una meta di viaggio che si sceglie sfogliando una rivista o puntando a caso il dito sul mappamondo che gira. Non è un luogo a cui si pensa per una vacanza convenzionale: “quest’anno ho voglia di montagna, cosa dici cara, preferisci Corvara in Val Badia o Nurla nella Valle di Nubra?”. No, un viaggio in Ladakh deve essere frutto di una scelta consapevole e ben motivata, per questo sono convinto che sia il Ladakh a scegliere chi accogliere tra le sue valli e le sue montagne, non viceversa. Perché il Ladakh è una terra difficile, remota, di confine, non adatta a tutti.

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In Ladakh fa freddo. Non tanto durante il giorno, quando ci si muove e basta essere ben coperti, ma soprattutto di notte: nei campi tendati, nelle guesthouse, nei semplici alberghi il riscaldamento è ancora l’eccezione. Si dorme avvolti in coperte e altre coperte ancora e se non bastano si tengono addosso il pail e la calzamaglia:  perché di notte la temperatura può scendere ampiamente sotto zero anche nella stagione più mite, quella che va da maggio a settembre. E spesso il vento gelido si insinua sotto porte e finestre, i doppi vetri qui sono una rarità.

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Se il Ladakh ti instilla il desiderio di visitarlo, allora tutto è superabile, anche la semplicità e le condizioni spartane dei suoi campi tendati e dei suoi hotel; un po’ più difficile, magari per alcuni, è adattarsi all’idea che i bagni pubblici, quelli per strada o nei punti di ristoro, consistano in semplici 4 pareti ed 1 buco.

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Certo, usufruire del bagno situato nel parcheggio del monastero di Diskit può essere disagevole, la finestra non ha vetri e l’aria fresca filtra depurando fin troppo l’ambiente, ma lo “sforzo” è ripagato dalla vista impareggiabile sulla valle di Nubra che si gode appunto dalla latrina.

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Non è che nei ristoranti la situazione sia molto migliore, a livello di servizi igienici, ma in compenso il cibo è sempre molto dignitoso. Qui, ai confini tra terra e cielo, la varietà e qualità del cibo dipendono ancora moltissimo dalle bizze del clima: l’agricoltura di alta montagna che viene praticata soprattutto in forma di sussistenza lungo le sponde dei fiumi Indo e Zanskar produce patate, insalatine piuttosto amare, tuberi vari, carote e albicocche.

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Il resto proviene via strada dal Kashmir, sempre che le strade siano ben percorribili: quest’anno alcune nevicate di tarda stagione hanno rallentato l’arrivo a Leh dell’aglio e questo fatto ha tormentato non poco i cuochi e le massaie locali, privati di un ingrediente immancabile nella cucina indiana. Gran parte dei ristoranti ladakhi consiste in una saletta con vari tavoli ammassati ed una cucina con fornelli alimentati da bombole a gas: il menu offre circa 5/6 piatti, di cui in genere ne mancano 1 o 2.

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Le bibite gasate tipo Coca Cola o Fanta non mancano mai sul menu, ma mancano sempre nella dispensa del ristoratore: un valido surrogato è il succo di mela dal Kashmir, dolce e naturale, con cui accompagnare semplici pietanze come gli squisiti momo (ravioli ripieni, fritti o al vapore), i noodles cinesi “chow mein”, la zuppa di verdure, il riso fritto o al vapore, con carne di pollo o di montone e delle scodelle di inquietanti spaghetti istantanei in brodo di marca Maggi (pronunciata dai locali “magghi”).

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Nei resort e negli alberghi la scelta di piatti è più ampia ed in alcuni casi raggiunge anche dei lodevoli, seppur discutibili, tentativi di proporre pizza e pasta, ma in genere per i pranzi o si fa affidamento ai box-lunch forniti dal proprio hotel al mattino oppure ci si ferma nei localini di Leh che si affacciano sul “main market” o quelli un po’ più “vissuti” che si trovano lungo le strade e che sono raccomandati dagli autisti locali.

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Questi ultimi sono dei veri artisti della strada e come tutti gli artisti alternano manifestazioni di puro talento alla guida con momenti di fantastica follia. Mediamente i veicoli quassù si presentano in condizioni un filo vissute, d’altronde la polvere si insinua ovunque e soprattutto neve, fango, sassi e buche sono gli elementi con cui ruote e sospensioni hanno a che fare quotidianamente per lunghi tratti. Qualche autista si dota di catene da neve, ma la maggior parte si cimenta in strada con gomme non certamente invernali, ma anzi in condizioni che il mio gommista di fiducia considererebbe “buone solo per cancellare i segni di matita”. Le strade in Ladakh sono generalmente tortuose, strette, ricche di buche, talvolta non sono altro che piste tra i sassi e la sabbia, spesso si presentano ad una sola corsia come quelle che raggiungono i passi del Kardung La e del Chang La. Gli autisti vivono in simbiosi con il proprio veicolo, lo curano e lo tengono pulito quotidianamente, spesso di notte dormono sui sedili con addosso una semplice giacchetta, conoscono ogni strada e scorciatoia e vantano un’esperienza ed una familiarità incredibili con l’ambiente di montagna.

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Questa familiarità spesso si traduce in atteggiamenti alla guida poco compatibili con la concezione di sicurezza su strada tipica del mondo europeo: a parte la nostra scarsa dimestichezza con la guida a sinistra, retaggio del periodo coloniale sotto l’impero britannico, il visitatore non autoctono se vuole evitare un esaurimento nervoso non deve prestare attenzione agli scarsi centimetri di spazio tra il burrone e la ruota del proprio veicolo, alla velocità apparentemente eccessiva e sproporzionata rispetto al fondo scivoloso di molte strade, alle curve completamente cieche imboccate a tutta birra nel bel mezzo della carreggiata, ai sorpassi con il clacson spianato nei confronti di file di giganteschi camion militari pieni di soldati traballanti seduti nel cassone posteriore con in mano fucili altrettanto traballanti, alle lunghe conversazioni via sms con amici, parenti, fidanzate che l’autista intrattiene con il cellulare mentre effettua tutte le precedenti menzionate attività.

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A poche centinaia di metri dal passo Chang La (5360 metri sul livello del mare), mi trovo davanti ad una scena meravigliosamente indiana e quindi meravigliosamente surreale allo stesso tempo: strada ad una corsia coperta da 30 cm di neve che si arrampica tortuosa tra distese alte 2 metri di altra neve; paesaggio fiabesco e rarefatto in cui gli unici colori sembrano il bianco abbagliante ed il blu del cielo terso, l’ambiente ideale per avvistare il leopardo delle nevi o l’aquila dorata; traffico fermo; nessuno sale, nessuno scende; coda, colonna di veicoli in salita fermi, colonna di veicoli in discesa fermi, apparentemente nessuno spazio per alternarsi e sbloccare lo stallo; un camion militare con il cassone strapieno di bidoni metallici che sbattono tra loro (chissà cosa contengono, benzina, lubrificanti, oli combustibili, petrolio… boh, meglio non saperlo) tenta di procedere slittando e sbuffando a pochi centimetri da un altro gigantesco camion le cui ruote motrici non riescono a far presa sulla neve a causa delle continue oscillazioni del carburante contenuto nella sua cisterna (questo si sa che è carburante infiammabile, perché è scritto a grandi lettere con la vernice rossa). Non serve far notare che nessuno dispone di catene da neve o quantomeno di pneumatici invernali. La situazione sembra impossibile da risolvere, due camion enormi che si fronteggiano su una strada ad una corsia a 5200 metri piena di neve, entrambi con gomme lisce e circa 20 auto/pulmini alle proprie spalle in entrambe le direzioni. Ma gli indiani, si sa, non sono gente qualsiasi: dopo circa 3 ore, tra innumerevoli tentativi, sabbia buttata sotto le ruote, tra conciliaboli in hindi, ladakho, inglese e hinglish di autisti, passeggeri e militari, tra tazze di gur-gur chai bollente spuntate da thermos improvvisati e altri innumerevoli tentativi, sabbia, conciliaboli e chai sempre più tiepido, miracolosamente la situazione si sblocca ed il traffico torna a scorrere lentamente in questa remota arteria di montagna. In genere a chi non è del posto (o a chi non è Simone Moro) si consiglia di restare non più di 10/15 minuti oltre i 5000 metri di altitudine, giusto il tempo per qualche foto ricordo, per sorseggiare un chai al rifugio o per la minzione più alta della vostra vita. Dopo 3 ore la scarsità di ossigeno e le emozioni di un ingorgo stradale ad alta quota prendono il sopravvento e mi appisolo lungo i tornanti della discesa, mentre tra i meandri della mia mente annebbiata e pulsante di dolore si fa largo un pensiero “ma perché al posto dell’autista sta guidando Gigio Donnarumma?”. In realtà non c’è da preoccuparsi, il talento degli autisti alla guida prevale (quasi) sempre sulle loro bizzarrie di artisti del volante e al mio risveglio al Gompa di Chemrey il portiere del Milan aveva lasciato il posto al nostro driver Fida alla conduzione della Mahindra.

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Un altro aspetto del Ladakh che può far desistere il viaggiatore comune da una visita a queste altitudini è la massiccia presenza militare dell’esercito indiano. Parliamo di una zona di confine, da una parte c’è il Kashmir con le continue tensioni tra hindu e musulmani che risalgono all’indipendenza dell’India e alla suddivisione del suo vasto territorio con la nascita di Pakistan e Bangladesh; poi c’è appunto il confine con il Pakistan, un Paese a parere dei miei amici indiani “più dedito a spendere il proprio PIL in armamenti che in scuole e strade”; infine c’è il confine con la Cina, altra super potenza mondiale con cui l’India mantiene rapporti di reciproca diffidenza e che i monaci ed i buddisti locali ritengono responsabile della persecuzione culturale e anche fisica nei confronti dei cugini tibetani.

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Non sorprende perciò che le vallate ladakhe siano disseminate di accampamenti militari e che il suo territorio (strade, passi, ponti, aeroporto) sia sotto stretto controllo dell’esercito. Come straniero ho dovuto richiedere ed ottenere svariati permessi per muovermi per esempio nella valle di Nubra e nella zona del lago Pangong, situato a pochi chilometri dal confine sino-tibetano. In generale, non è che la presenza militare crei grande disagio o fastidio; personalmente mi inquieta sempre un pò vedere un soldato in uniforme con una mitragliatrice a tracolla che fa la spesa in un emporio di Leh, non amo il mondo militaresco e quindi sono allergico alla retorica degli slogan che campeggiano un po’ ovunque in Ladakh, tipo “train hard, fight easy” o “only best of the friends and worst of the enemies visit us”… bisogna ammettere comunque che senza l’Indian Army non ci sarebbero strade e ponti, approvvigionamenti alimentari e di carburanti, linee elettriche e anche internet: tralicci, ripetitori e connessioni varie dipendono dal lavoro dei militari che dopo ogni inverno ripristinano gli impianti e consentono una seppur instabile distribuzione di elettricità e di un debole segnale internet.

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Ma il viaggiatore che, nonostante le suddette argomentazioni “deterrenti”, senta ancora il richiamo del Ladakh, non si preoccupa certo della mancanza di una connessione internet.

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Chi decide di partire in aereo da Delhi per raggiungere l’aeroporto di Leh, comincerà a stropicciarsi gli occhi non solo per il sonno (i voli partono all’alba), ma anche per i paesaggi straordinari che si ammirano dall’alto: vallate di alta quota, picchi innevati che sembrano sfiorare le ali protese dell’aeromobile, lande immacolate e poi…. boom ! Eccolo, il Ladakh, con le sue rocce color oro ed i suoi villaggi circondati da oasi verdi: già atterrare qui è uno spettacolo.

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Trovarsi ad un’altitudine variabile tra i 3500 metri di Leh ed i 5600 metri sul livello del mare del passo Kardung La è un’esperienza letteralmente per cuori forti; l’aria rarefatta, leggera, fredda di un freddo secco e povero di ossigeno, ha subito effetti benefici: il fumo viene abolito, neanche il tabagista più incallito riesce a inalare più fumo che ossigeno senza rischiare lo svenimento, la dieta si riduce a cibi leggeri e in quantità più limitate oltre che a tanti liquidi che provocano una sana e frequente attività depurativa della vescica, i movimenti e la camminata pian piano assumono un ritmo meno frenetico e più in sintonia con la natura del luogo, lo smartphone sempre più spesso rimane in tasca e viene consultato sempre con minor frequenza, tanto è costantemente muto e sconnesso dal mondo.

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Ma la metamorfosi più affascinante che la gente subisce in Ladakh è legata al silenzio: anche le persone più loquaci e logorroiche qui non riescono a respirare, camminare e parlare allo stesso tempo, cominciano ad affannarsi e quindi imparano a tenere a freno la lingua, a pensarci più volte prima di sprecare energie ad aprir bocca, a risparmiare letteralmente il fiato.

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Nel silenzio ritrovato, è possibile apprezzare il suono del vento che soffia tra i pioppi di montagna, il richiamo delle marmotte che corrono tra le rocce, il fruscio delle ali di una gazza che porta un ramoscello a rafforzare il nido, il gorgoglio delle acque del fiume Indo, costante compagno di viaggio in queste valli… Oppure,  semplicemente, contemplare il silenzio: unico e travolgente per chi è purtroppo assuefatto a trilli, vibrazioni, suonerie, vociare, chiacchiericci e rumori urbani assortiti.

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Sul tetto del mondo, ad un passo dal cielo e lontano dai rumori e dalle comodità delle grandi città, viene quasi naturale la riflessione e la meditazione sui grandi temi della spiritualità: di fronte ad una natura così incontaminata, selvaggia, dirompente, bellissima, eterna… è inevitabile chiedersi chi ha creato tutto ciò, come e perché.

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In queste terre himalayane sorgono innumerevoli monasteri buddisti, strutture semplici, spartane, fatte di legno e pietre antiche, decorate con infinite ruote delle preghiere o bandierine colorate che diffondono nel vento il mantra “om mani padme hum”: in questi rifugi più o meno remoti, affacciati su paesaggi di una intensità emotiva quasi divina, lontani dai comfort e dalle tentazioni, vivono intere comunità di monaci, pacifici ed indisturbati (a differenza dei loro pari tibetani), dedicandosi agli studi, alla preghiera, alla meditazione, alla medicina ayurvedica-tibetana, alla ricerca buddista del Nirvana e anche alla risoluzione di problemi molto più terreni come la gestione di orfanotrofi, la cura dell’educazione tramite seminari e scuole per i bambini locali, la stampa e diffusione di scritti per esempio sui cambiamenti climatici (se ne accorgono i monaci a 4000 metri, com’è che non se ne accorge il presidente degli Stati Uniti d’America?).

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In Ladakh esistono innumerevoli monasteri, tutti affascinanti e interessanti da visitare, ma alcuni mi hanno colpito particolarmente: quello di Diskit beneficia di una vista magnifica sulla valle di Nubra e sulle sue caratteristiche dune di sabbia solcate dal fiume Shyok; quello di Thiksay, arroccato su una collina ad una ventina di chilometri da Leh, è incredibilmente scenografico nella sua somiglianza con il Potala di Lhasa e per questo ben riconoscibile anche a grande distanza; quello di Lamayuru, dall’architettura semplice e lineare, venne edificato dove si incontrano spettacolari conformazioni geologiche che sembrano provenire direttamente da un paesaggio lunare ed una vallata ricca di campi e terrazzamenti all’ombra di immense vette innevate; quello di Alchi, poco attraente dall’esterno, ma che al suo interno svela stupende decorazioni lignee e pregevoli affreschi colorati di scuola kashmira.

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Chi sente forte il desiderio di viaggiare in Ladakh non resterà deluso dalla magia di questi spazi immensi e dalla sua natura dominante, il Ladakh sa ricompensare coloro che non temono di superare i disagi e le scomodità necessari per raggiungerlo e per viverci.

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A me il Ladakh ha regalato un’emozione probabilmente irripetibile: dopo un lungo e scenografico percorso attraverso la valle del fiume Shyok, caratterizzato da una sequenza infinita di scorci panoramici continuamente cangianti a seconda del movimento e della forma delle nuvole, giungo sulle rive del lago Pangong, un luogo remoto situato letteralmente nel nulla, a 4200 metri di altitudine, tra pacifici yak che contendono agli asini selvatici i pochi fili d’erba che crescono qui, ad una manciata di chilometri dal confine tibetano.

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Le sfumature del tramonto trasformano i colori dell’acqua del lago come il pennello sulla tavolozza di un pittore impazzito: blu, turchese, smeraldo, poi arancione, violetto ed infine grigio e nero, nerissimo, scuro come il cielo che si fa buio. Dal mio bungalow affacciato sul lago, dotato di un’ampia vetrata, mi godo questo spettacolo della natura sdraiato sul letto.

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Mi addormento profondamente, ma in piena notte, verso le 4, qualcosa infastidisce il mio sonno, comincio a girarmi e rigirarmi sotto le spesse coperte… finché cedo ed apro gli occhi: un bagliore lieve, ma insistente, diffuso, proviene dalla vetrata. L’alba alle 4 del mattino? Impossibile. Stropiccio gli occhi ed osservo meglio: una stellata mozzafiato ricopre tutto il cielo limpido, stelle a perdita d’occhio trafiggono il nero del firmamento e si riflettono nelle acque del lago. Il cielo avvolge la terra in un tripudio di stelle e io lì, piccolo ed insignificante, a bocca e occhi spalancati, che osservo estasiato come un bimbo col naso incollato al vetro…

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…questa è la magia del Ladakh: “expect the unexpected!”.

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girovago e scribacchino
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