Tiziano Terzani, Confucio e Forrest Gump: pensieri sparsi di una notte in Vietnam

Sto sorseggiando una birretta fresca al piano superiore del ristorante Mango Mango di Hoi An, da uno dei balconcini che si affacciano sul mercato notturno della cittadina vietnamita. Mi ha raggiunto il mio amico Trung e sta ordinando al bancone. Tra un sorso e l’altro, sfoglio distrattamente le pagine ormai quasi ingiallite di una vecchia edizione di “Giai Phong! La liberazione di Saigon”, il libro in cui Tiziano Terzani racconta le vicende conclusive del conflitto tra Usa e Vietnam. Sotto di me, un’umanità di turisti e locali affolla le vie dello shopping serale, si gode come me la frescura e non smette di sciamare tra miriadi di bancarelle, luci e musica gracchiante. In lontananza scorre silenzioso il fiume, nero, ma punteggiato di piccole candele di carta galleggianti che qualche vecchina vende ai turisti per pochi dong.

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Sollevo lo sguardo dalle pagine e, del tutto casualmente, noto quella che sembra una sorta di delegazione: eleganti signore e funzionari in divisa, vietnamiti, accompagnano dei personaggi dall’aspetto occidentale, più anziani, in un atteggiamento tipico di chi fa gli onori di casa. Guardando meglio, noto che le t-shirt dei signori occidentali riportano le scritte “Vietnam War Veterans”, si tratta quindi di ex-soldati americani che hanno combattuto nel Sud Est Asiatico all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso; l’atmosfera è rilassata, gli americani si soffermano ad osservare le bancarelle che vendono le tipiche lanterne colorate di Hoi An, mentre gli accompagnatori vietnamiti si prodigano a spiegare e a sorridere, abbassando leggermente il capo nel classico modo ossequioso degli asiatici di queste parti. Un paio di ragazzi stanno filmando la scena per la televisione locale, mentre la gente comune si ferma a dare un’occhiata incuriosita, senza trattenersi dallo scattare qualche foto ricordo con il cellulare o addirittura qualche “selfie” con gli inaspettati ospiti.

Rimango un po’ perplesso, guardo il mio libro e mi tornano in mente le immagini di qualche giorno prima, quando ho cominciato il mio viaggio in Vietnam proprio dal capoluogo del Sud, Ho Chi Minh City, più nota come Saigon. E’ sempre utile intraprendere un viaggio in Vietnam dal suo ingresso meridionale: a Saigon si trovano molte chiavi che aprono le porte della comprensione di ciò che il Paese è oggi e diventerà in futuro. Una metropoli moderna, all’avanguardia con i suoi numerosi grattacieli in vetro e specchi, ma che conserva ancora interessanti testimonianze del suo passato, come gli edifici in stile coloniale della via Dong Khoi, cioè la vecchia Rue Catinat che sfocia nella piazza dove svettano la Cattedrale di Notre Dame, in mattoni rossi di Tolosa, e l’edificio delle Poste ideato dall’architetto Gustave Eiffel.

 

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Mi ero fermato davanti al Palazzo della Riunificazione, con la sua iconica cancellata e mi era sembrato proprio di trovarmi in mezzo alle vicende descritte da Terzani nel libro che ho tra le mani: gli ultimi elicotteri americani che si alzano dai tetti delle case, i carri armati nordvietnamiti che il 30 aprile 1975 entrano a Saigon, i soldati che si perdono e si fermano a chiedere la strada per il Palazzo presidenziale alla gente del posto, la stessa cancellata che viene abbattuta e la bandiera rossa e azzurra con la stella gialla che viene issata in cima all’edificio simbolo del Paese diviso.

Bevo un altro sorso di birra e, mentre assaporo il retrogusto delicato al gelsomino, vedo gli americani allontanarsi, inghiottiti dalla folla sorridente di Hoi An. Allora penso ai tunnel di Cu Chi, pochi chilometri fuori da Saigon, a quanto erano stretti mentre arrancavo nelle viscere umide della terra, a quanto quegli stessi americani fossero terrorizzati quattro decadi fa dal “nemico invisibile” dei Viet Cong che proprio attraverso quei cunicoli comparivano all’improvviso, attaccavano e poi sparivano nel nulla.

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Magari no, forse non erano soldati di fanteria. Mentre scompaiono in lontananza scorgo ancora le loro sagome alte e fisicamente integre, non erano “carne da trincea” come tutti quei ragazzi raffigurati nelle fotografie esposte al War Remnants Museum di Saigon: difficile scordarsi quegli sguardi allucinati colti dal fotografo mentre devastano un villaggio di contadini o brandiscono i resti di qualche nemico come fosse un trofeo. No, mi sa che forse pilotavano uno di quegli elicotteri giganteschi (oh, ma veramente enormi!) che si vedono nel cortile del museo o uno di quei mostruosi aeroplani B52 che vomitavano tonnellate di bombe a grappolo o ettolitri di agente arancio sulle foreste tra Laos, Cambogia e Vietnam. Uno di loro fu abbattuto sui cieli di Hanoi e catturato: ancora oggi la vecchia tuta da pilota del senatore John McCain è in mostra in una teca del museo-prigione di Hoa Lo ad Hanoi.

La perplessità davanti alla scena a cui ho appena assistito qui a Hoi An deriva probabilmente dalla mia cultura e mentalità occidentale: com’è possibile che i vietnamiti siano così accoglienti e gentili con persone che solo poco più di 40 anni fa si sono rese protagoniste di atrocità come quelle che si vedono nei musei di Saigon? Lo chiedo a Trung, il cui padre appena sedicenne era stato chiamato alle armi nell’esercito di Ho Chi Minh, vivendo (e subendo) quindi il conflitto sulla sua pelle. Dov’è la sete di vendetta, il rancore, l’antipatia almeno, per la bandiera a stelle e strisce che tanto dolore ha provocato nel suo popolo fino a pochi anni fa, tra l’altro per una causa ideologica che poi si è polverizzata nel vento della Storia ? Non c’è astio nei vietnamiti di oggi, nei giovani che imparano quella Storia un po’ dai libri ufficiali del sistema educativo socialista, un po’ dai racconti di fratelli, zii, nonne che certi periodi li hanno vissuti in prima persona, un po’ dai film americani, da internet, dal confronto con coetanei durante qualche scambio culturale all’estero.

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Da noi la mentalità è diversa e certe cicatrici sono più lente a guarire, spesso la sete di vendetta o il non dimenticare mai i torti subiti sono aspetti insiti nel nostro DNA. Quando ero piccolo, i miei genitori mi portavano spesso in montagna a Madesimo, potevano essere i primi anni Ottanta: mi ricordo di un personaggio già anziano, un po’ burbero e con la barba lunga. Pare avesse partecipato alla seconda guerra mondiale e provava un odio viscerale per gli Inglesi. Non so cosa gli avessero fatto gli Inglesi durante la guerra, magari gli avevano bombardato la diga vicino a casa o magari era stato fatto prigioniero ed era stato spedito qualche anno in India. Non ne ho idea, ma ricordo ancora perfettamente il suo astio e rancore, i miei occhi di bambino rimanevano attoniti a vedere quest’uomo che inveiva verso il cielo ogni volta che scorgeva un aereo, sfidandolo col bastone in legno come fosse ancora un bombardiere della Royal Air Force britannica…

Una delle grandi lezioni che si possono apprendere viaggiando in Vietnam risiede invece nella capacità della sua gente di non serbare rancore per chi è arrivato da nemico, se ne è andato da sconfitto ed è tornato con la mano tesa del partner commerciale, tecnologico ed economico: “Siete venuti da nemici, vi abbiamo combattuti; siete venuti da amici, vi abbiamo accolto”. La pagina della guerra è stata girata, capitolo chiuso, ora c’è McDonald di fianco al baracchino che vende pho, la tradizionale zuppa di manzo agrodolce vietnamita. Qui sono sbarcati Starbucks, KFC e Pizza Hut, nella periferia di Saigon c’è una sfilata di fabbriche che producono abbigliamento e tecnologia a marchio straniero e anche americano. Ciò che non è riuscito ad ottenere il napalm, l’ha conquistato il bigliettone verde….

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A mio parere, la bellezza di questo Paese è proprio da ricercare nella sua capacità di creare un equilibrio tra la millenaria tradizione asiatica in campo culturale, sociale, religioso ed i modelli economici, di sviluppo e crescita tipici del mondo occidentale attuale. In Vietnam coesistono la modernità e la tradizione, il socialismo di Stato ed il liberismo economico, l’ateismo, il buddismo ed il confucianesimo, l’immobilismo del mondo rurale e la veloce corsa al benessere delle città, le minoranze etniche di montagna vestite solo con paglia ed amuleti e le tribù urbane di giovani con lo smartphone sempre in pugno a caccia di wi-fi.

In Vietnam i contrasti e le diversità tendono ad ammorbidirsi come i sapori della seconda birra che sto sorseggiando in questa fresca serata a Hoi An: il retrogusto dolciastro del mango si mescola con l’aroma deciso del peperoncino fresco, dando vita ad un qualcosa di unico, fresco, innovativo. Faccio un ultimo tentativo con Trung: “Ma voi vietnamiti riuscite a guardare i film americani sulla guerra che si è svolta nel vostro Paese?”. “Certo che li guardiamo” mi risponde “ma non hanno molto successo qui. L’unico che ci piace è Forrest Gump perché non si vedono mai vietnamiti morti”. Giro lo sguardo per un momento verso il fiume dove le candeline di carta galleggianti sono ora moltissime e lasciano una scia di riflessi luminosi sull’acqua…

Jenny: Were you scared in Vietnam?

Forrest: Yes. Well, I.. I don’t know. Sometimes it would stop raining long enough for the stars to come out… and then it was nice. It was like just before the sun goes to bed down on the bayou. There was always a million sparkles on the water… like that mountain lake. It was so clear, Jenny, it looked like there were two skies one on top of the other. And then in the desert, when the sun comes up, I couldn’t tell where heaven stopped and the earth began. It’s so beautiful.

Jenny: I wish I could’ve been there with you.

Forrest: You were.

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girovago e scribacchino
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