Gli angeli di Seattle

Tratto dal mio libro “L’istante prima del viaggio

<< …tra tutte le cose belle che la città sa offrire, l’aspetto speciale di Seattle, quello che me l’ha fatta amare ancor prima di metterci piede e che mi ha convinto a portarci tutta la famiglia, è che qui vivono gli angeli: sono angeli speciali, alcuni ancora ben presenti, vivi e vegeti, magari con qualche capello in meno e un filo di barba grigia, altri invece sono anime invisibili che volano leggere nel vento di Seattle, facendo fischiare le travi del Needle o increspando le acque scure del Puget Sound. Sono gli angeli della musica, anime sensibili e spesso dannate, capaci di trasformare in note la loro malinconia o la loro rabbia, la loro energia o le loro debolezze.

Percorriamo gli ambienti del Museum of Pop Culture e l’emozione cresce nell’area dedicata alla musica dei figli di Seattle: nella semi oscurità che mi avvolge ecco apparire luminoso l’angelo di Jimi Hendrix, con la sua bandana, la chitarra mancina mezza bruciacchiata e la giacca di velluto; ecco l’angelo di Layne Stanley, con i suoi grandi occhiali da sole scuri che nascondono un’anima fragile e tormentata; ecco l’angelo di Chris Cornell, che all’epoca ci deliziava ancora con la sua voce potente ed inconfondibile, mentre ora è silenzioso e con lo sguardo malinconico; mi sale un nodo alla gola quando in fondo al corridoio intravedo un altro angelo, la frangia bionda che scivola davanti agli occhi azzurri, mentre i ricordi riaffiorano… gli anni Novanta, gli anni dell’adolescenza, gli anni in cui nella mia testa potevano convivere genere musicali disparati come il metal estremo ed il grunge… inghiottivo, respiravo, assorbivo tutto il turbinio di emozioni che la musica sapeva offrire, purché guidata dai suoni distorti di una chitarra elettrica… il Palatrussardi di Milano stracolmo, gli amici con i capelli lunghi e i jeans strappati, il sapore della birra e delle labbra della mia ragazza, gli accendini che illuminavano le tribune (non esistevano gli smartphone!), i suoni vibranti, quasi psichedelici dei Nirvana che vomitavano decibel dal palco… e c’eri tu, Kurt, la testa un po’ chinata con un cappellino di lana e poi i capelli biondi a coprirti gli occhi, non una parola tra una canzone e l’altra, quasi distaccato, forse triste, sentivi già troppo il peso di quel successo che invece di farti volare ti soffocava e avvelenava. Te ne sei andato poche settimane dopo, un pugno nello stomaco in un tiepido giorno di aprile, uno squarcio improvviso in quella nuvola spensierata che era l’adolescenza… sembrava che il mondo adulto avesse allungato una mano dal futuro e si fosse portato via uno di noi, uno che avevamo appena visto suonare per noi, ad una grande festa. Mi perdo ancora un attimo nei ricordi del passato, in quegli occhi blu che mi ricordano quelli di un altro angelo che adesso suona il basso con te Kurt e vola anche lui libero nei cieli di Seattle e del mondo. La luce del sole mi riporta con i piedi per terra, le ragazze mi corrono incontro, “hey daddy, hai gli occhi arrossati, tutto bene?”. Certo, tutto benissimo….>>

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girovago e scribacchino
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