Tired of London, tired of life – part IV: la Londra insolita

Londra è una fresca spremuta di mondo da sorseggiare quando si ha sete di internazionalità, novità e multiculturalità. Con un marcato retrogusto britannico, of course. A fianco dei monumenti, dei palazzi, dei parchi, dei musei, delle strade e degli scorci più noti ed iconici, esiste un’infinità di attrazioni, di locali, di quartieri e di angoli poco conosciuti alla cui scoperta è possibile dedicare innumerevoli viaggi e week-end, senza rischio di annoiarsi o di esaurire il repertorio…

Welcome to London (vikingandre.com)

Welcome to London (vikingandre.com)

Molti visitatori raggiungono la capitale inglese con i voli low-cost che atterrano a Stansted e poi tramite il treno Stansted Express che termina la propria corsa alla stazione di Liverpool Street. La maggioranza si infila poi direttamente nelle viscere urbane con la metropolitana: i dintorni della stazione sono invece ricchi di opportunità per chi ha voglia di tuffarsi subito nella vita in superficie della metropoli e di scoprirne qualche lato insolito. La zona è stata profondamente ristrutturata e ha assunto un carattere molto “business”, con alti palazzi in acciaio e vetro, sede di uffici e aziende. Gli inglesi amano però mantenere le proprie tradizioni e lo stile moderno spesso si sposa con l’architettura originaria, come per esempio in Devonshire Square:  originariamente consisteva nei magazzini di stoccaggio della East India Company, da cui passavano le preziose stoffe provenienti dal golfo del Bengala, oggi invece ospita uffici, ristoranti, bar, palestre e attività culturali in uno spazio aperto, ma riparato da eventuali intemperie e caratterizzato stilisticamente dai tipici mattoni  delle “warehouse” del 1700. Dato che a Londra non si può fare a meno prima o poi di assaggiare una “full English breakfast” con uova strapazzate, pancetta e fagioli al sugo oppure una porzione gigante di “fish & chips” abbondantemente fritta, consiglio di dare tregua allo stomaco provando qui i cibi freschi e salutari della catena Pod.

Alla base del cetriolone (vikingandre.com)

Alla base del cetriolone (vikingandre.com)

La presenza di numerosi grattacieli in questa area stretta tra la City e Shoreditch ha visto il diffondersi di vari ristoranti “panoramici”, cioè situati ai piani alti dei palazzi stessi: a qualsiasi ora, la vista di Londra dall’alto è impagabile e disponendo di un buon budget nonché prenotando con un certo anticipo, da Sushisamba o da Duck&Waffles l’esperienza culinaria e sensoriale non tradirà le aspettative. Il mio grattacielo “preferito” si trova a sud di Liverpool Street, in direzione del Tamigi, precisamente al numero 20 di Fenchurch Street: The Sky Garden è un vero e proprio giardino pensile situato al 35° piano del “walkie-talkie”, come i londinesi chiamano questo palazzo; lo spazio è aperto al pubblico e, a differenza di altri viewpoint come The Shard, è gratuito, si può passeggiare liberamente tra le piante che formano il giardino su vari livelli oppure scattare qualche fotografia dalla terrazza all’aperto. Diversi locali consentono di consumare colazione, pranzo o cena ammirando la capitale dall’alto, ho particolarmente apprezzato la continental breakfast da 15£ presso la Darwin Brasserie.

Cappuccino con vista (vikingandre.com)

Cappuccino con vista (vikingandre.com)

Chi preferisce nutrirsi con i piedi ben saldi al suolo anziché a 160 metri di altezza, non distante da Fenchurch Street si trova il Leadenhall Market, un mercatino coperto in stile vittoriano, molto elegante e con negozi e locali moderni, all’ombra di The Gherkin, cioè  “il cetriolo”, il futuristico grattacielo che caratterizza lo skyline di questa porzione di città. Per la sua atmosfera d’altri tempi, a Leadenhall Market sono state filmate alcune scene di Harry Potter, specificamente quelle in esterno di Diagon Alley. Volendosi gustare un ambiente meno “immaginario”, bisogna spostarsi verso nord est in direzione di altri due mercati tipici che resistono alla proliferazione dei contemporanei grattacieli: Old Spitafields è un grande ed antico mercato coperto (risale a circa 350 anni fa) dove abbondano bancarelle di vestiti vintage e di dischi in vinile, negozi di oggetti d’arte o di bigiotteria ed un’infinità di bar e ristoranti; Brick Lane Market invece è il regno dello street food di origine asiatica, vi si possono assaggiare squisiti “samosa” indiani o saporiti “pakora” pakistani, così come girovagare tra le bancarelle di cianfrusaglie dei mercatini delle pulci.

Leadenhall Market o Diagon Alley ?? (vikingandre.com)

Leadenhall Market o Diagon Alley ?? (vikingandre.com)

Coloro che frequentano Londra per la prima volta oppure che ci tornano saltuariamente, non mancheranno di visitare il Big Ben, Trafalgar Square, Piccadilly Circus ed Oxford Street… qui la presenza turistica quotidiana è enorme, qualsiasi sia l’ora del giorno o il periodo dell’anno: nessuno resiste ad un “selfie” con il campanile di Westminster, la statuetta di Eros oppure il generale Nelson sullo sfondo…. Ma allargando un po’ l’orizzonte del proprio sguardo, anche intorno alle attrazioni londinesi più popolari è possibile scoprire delle “chicche” molto interessanti.

La Piazza del Parlamento è delimitata da una grande trafficata strada a tre corsie che non è agevole attraversare, ma una volta riusciti ci si trova in un bel prato, Parliament Square Garden, bordato da una serie di statue: tra le varie figure storiche, riconosciamo Nelson Mandela, il Mahatma Gandhi ed il suo vecchio avversario Winston Churchill, quest’ultimo con lo sguardo rivolto al Big Ben e agli edifici in stile gotico delle Houses of Parliament, quasi ad indicare… un ottimo punto per scattare fotografie !

Winston's view (vikingandre.com)

Winston’s view (vikingandre.com)

Il percorso classico attraversa Trafalgar Square, magari con un giro alla National Gallery, supera Leicester Square con i suoi cinema e teatri e giunge a Piccadilly Circus: mezzo miglio solamente da percorrere a piedi, ma così fitto di attrazioni e così denso di folla che in genere si arriva stremati davanti ai neon di Piccadilly… è qui che arriva in soccorso un piccolo pub, situato giusto alle spalle del Circus, al numero 15 di Denman Street: The Queen’s Head non solo serve del tipico “pub food” come l’immancabile fish & chips, ma spilla anche la birra TROOPER, una delle mie “ale” preferite, assolutamente da non mancare.

Trooper alla spina, premium British cask ale (vikingandre.com)

Trooper alla spina, premium British cask ale (vikingandre.com)

Una volta rifocillati e rinvigoriti da un paio di pinte di golden ale, si può risalire Regent Street, soffermarsi nella celebre Carnaby Street (che ora vanta numerosi negozi alla moda e, poco distante, un ottimo ristorante indiano, Masala Zone… non ci sono più, come nei primi anni Novanta, i punk con la cresta colorata ed i negozi di magliette metal in muffosi piani interrati….) e raggiungere i templi dello shopping a buon mercato di Oxford Street. Non occorre menzionare le centinaia di negozi che si affacciano sulla via commerciale per eccellenza della capitale, ancora una volta vorrei dare sollievo a coloro che dopo una sessione di shopping intensissimo cerchino un momento di relax per ripristinare le funzioni vitali: quando ci si trova a ovest di Oxford Circus, in direzione di Marble Arch, conviene fermarsi a St. Christopher’s Place, una piazzetta relativamente tranquilla dai caratteristici colori lilla, dove bersi un tè all’aperto accompagnato da qualche cupcake.

St. Christopher's Place (vikingandre.com)

St. Christopher’s Place (vikingandre.com)

Invece se ci si trova a est di Oxford Circus, in direzione di Tottenham Court, non può mancare una tappa al bar Brewdog di Soho: chi apprezza la birra conoscerà certamente il mitico birrificio scozzese Brewdog e la sua bevanda divina, la PUNK IPA. Qui, cioè in una delle 5 o 6 location londinesi, si possono gustare ben venti diverse birre alla spina rigorosamente artigianali (magari non tutte insieme!!) ed accompagnarle con hamburger, alette di pollo e altri stuzzichini ben fritti e bisunti.

Pint of Punk IPA @ Brewdog Soho (vikingandre.com)

Pint of Punk IPA @ Brewdog Soho (vikingandre.com)

Chi visita Londra con la famiglia, specialmente con figli piccoli o pre-adolescenti, prima o poi durante il soggiorno dovrà effettuare una tappa nei luoghi legati alla figura di Harry Potter, il maghetto nato dalla fantasia e dalla penna della scrittrice scozzese J.K. Rowling. Senza necessariamente dedicare un’intera giornata alla visita dei pur entusiasmanti (e costosetti) Warner Bros Studios alla periferia della città, è possibile soddisfare la voglia di magia dei più piccoli con una sosta alla stazione ferroviaria Kings Cross: qui ci si può fare immortalare nell’atto di attraversare il muro che conduce al celebre “binario 9 e ¾” e dedicarsi allo shopping di gadget provenienti da Hogwarts nel negozio dedicato, ovviamente denominato Platform 9 ¾.

Negozio per fan di Harry Potter (vikingandre.com)

Negozio per fan di Harry Potter (vikingandre.com)

Nei pressi della stazione di Kings Cross è stato attuato uno di quei progetti di riqualificazione urbana che rendono Londra una realtà sempre dinamica ed in evoluzione: nei terreni dismessi intorno alla rete ferroviaria sorgono ora spazi all’aperto, piazze, bar e locali. In un vecchio magazzino vittoriano affacciato su Granary Square sorge il ristorante Grain Store, caratterizzato da un mix di tradizioni culinarie servite in un ambiente piacevole con archi in pietra e classici mattoncini a vista: la location ideale per sfamare l’appetito e far giocare i bambini tra gli spruzzi delle fontane della piazza antistante (meglio se il tempo è soleggiato…).

Grain Store Restaurant @ Granary Square (web)

Grain Store Restaurant @ Granary Square (web)

Dopo questa carrellata di luoghi più o meno insoliti da vivere a Londra, concludo con un grande classico: visitare uno stadio inglese. La capitale concentra nella sua municipalità numerosi club di Premier League e di Championship, oltre ad ospitare la nazionale di calcio nel “tempio” di Wembley. La gran parte degli impianti si caratterizza per l’estrema modernità o per l’affascinante tradizione: quindi a seconda dei propri gusti è possibile assistere ad una partita nel confort delle comode  poltroncine dell’Emirates Stadium dell’Arsenal oppure nell’ambiente rustico del The Den (“la tana”) del Millwall. Agli appassionati di calcio e di stadi inglesi, consiglio il libro di Massimo Marianella “Dove ti porta il calcio” (ed. Mondadori), una approfondita guida sugli impianti calcistici d’Europa in cui vengono menzionati anche quelli meno conosciuti, ma altrettanto affascinanti, di Londra: Loftus Road del Queens Park Rangers, Vicarage Road del Waford, The Valley del Charlton e Sulhurst Park del Crystal Palace, per citarne qualcuno. Durante la mia ultima visita in città ho avuto l’opportunità di assistere al derby tra Chelsea e West Ham a Stamford Bridge, conclusosi sul punteggio di  2 a 2 dopo innumerevoli emozioni e ribaltamenti  di campo.

Chelsea vs West Ham 2-2 @ Stamford Bridge (vikingandre.com)

Chelsea vs West Ham 2-2 @ Stamford Bridge (vikingandre.com)

“We’ve got Payet, Dimitri Payet ! I just don’t think you understand. He’s Super Slavs man, he’s better than Zidane. We’ve got Dimtri Payet !” (vikingandre.com)

“We’ve got Payet, Dimitri Payet ! I just don’t think you understand. He’s Super Slavs man, he’s better than Zidane. We’ve got Dimtri Payet !” (vikingandre.com)

E’ impossibile stancarsi di Londra e come dice l’orsetto Paddington “in London everyone is different and that means anyone can fit in”.

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Oltre il velo: le meraviglie della Persia

Mia mamma mi ha insegnato fin da piccolo che non basta guardare una pietanza per affermare che non è buona, occorre assaggiarla. Questa frase mi è tornata in mente sul volo Mahan Air che mi riconduceva a Milano Malpensa da Tehran, dopo un breve soggiorno in Iran. Non è facile pensare a questo Paese con mente sgombra da preconcetti, il mosaico mediorientale negli ultimi anni si è talmente frammentato ed incendiato che solo gli esperti di politica internazionale sanno ancora distinguere chi è amico di chi, quale parte sostiene un’altra, quale popolo è ostile o alleato di un altro, quali ragioni economiche conducono a certe azioni. In generale, pensando al Medio Oriente si ha una sensazione di insicurezza, incertezza e pericolosità, spesso alimentata dai media che veicolano immagini cruente ed inquietanti. C’è poi l’aspetto religioso, l’idea diffusa e un po’ superficiale, quasi manichea, secondo cui il mondo europeo cristiano sia sotto assedio, in guerra con quello arabo musulmano, senza valutare le infinite sfaccettature di cosa significhi realmente sentirsi cristiano, musulmano, laico, arabo o europeo. Tornando dall’Iran mi sono reso conto di quanto sia diversa la realtà di questo Paese rispetto al confuso immaginario che mi si era formato nella mente prima di metterci piede: una realtà molto più interessante, complessa e comunque tranquillizzante.

Benvenuti in Persia (Shiraz, Moschea delle Rose - vikingandre.com)

Benvenuti in Persia (Shiraz, Moschea delle Rose – vikingandre.com)

Il primo aspetto che mi ha colpito dell’Iran è l’enorme ospitalità del suo popolo. Gli iraniani conservano nel loro dna un’antica ospitalità e una capacità di relazionarsi con gli altri che forse derivano dal trovarsi da secoli nel cuore geografico di tutte le rotte, le vie di comunicazione, i commerci, gli scambi culturali tra Occidente e Oriente, tra Sud e Nord del mondo.

Studentesse di Tehran (vikingandre.com)

Studentesse di Tehran (vikingandre.com)

Non ho mai colto tensione o insicurezza nel passeggiare in città, nessun senso di ostilità: anzi, non è raro che i locali ti si rivolgano con una qualsiasi scusa e comincino a conversare in inglese, ponendo domande, scherzando anche su temi politici-religiosi, raccontando di sé e curiosando nelle idee dell’interlocutore. La gran parte della gente è giovane, quindi spigliata, aperta, ma anche molto cordiale nei confronti degli stranieri, molto attenta a far sentire gli ospiti a proprio agio. Lo fanno in modo spontaneo e genuino, dal taxista al cameriere, dalla guida al concierge di albergo, dal collega di lavoro al guardiano del museo: non si aspettano nulla in cambio, sono proprio gentilezza e ospitalità innate.

L’Iran non è un Paese arabo. Un altro aspetto che si coglie immediatamente arrivando sul posto e che invece dall’Europa non si percepisce facilmente è che l’Iran ha una sua specificità culturale, storica e religiosa davvero unica nel contesto mediorientale, che lo differenzia per molti aspetti dai Paesi arabi. La religione ufficiale è quella islamica, ma non segue la corrente comunemente diffusa nel mondo, quella sunnita: l’Iran infatti è sciita, seppure non mi sembra che la gente comune sappia sciorinare con precisione tutte le differenze tra le due interpretazioni dell’Islam. L’alfabeto è per gran parte lo stesso degli arabi, ma gli iraniani parlano il “farsi” e si sentono orgogliosamente persiani, cioè figli di quella Persia che vanta una storia millenaria e che riempie di testimonianze decine di sale nel museo nazionale Iranbastan di Tehran. In effetti qui si è fatta la Storia, quella con la S maiuscola che ha formato l’identità della civiltà umana, dai tempi della “mezzaluna fertile” e della Mesopotamia di scolastica reminiscenza, passando per il dominio di Ciro il Grande e Alessandro Magno, attraversando invasioni arabe, turche e mongole, subendo influenze europee ai tempi dello scià e arrivando ai nostri giorni dopo una sorprendente rivoluzione religiosa. La Persia odierna si chiama Repubblica Islamica dell’Iran e si sta affacciando dopo anni di embargo ed isolamento sullo scenario commerciale, sociale e politico internazionale, con tutte le sue contraddizioni, ma anche con la sua innegabile potenza economica e la sua forte identità culturale.

La Moschea di Shiraz (vikingandre.com)

La Moschea di Shiraz (vikingandre.com)

Ad una cinquantina di chilometri da Shiraz, nel sud del Paese, si ergono due meraviglie che sono il simbolo di questa identità storica e culturale. Naqsh-i Rustam, meglio conosciuta come Necropolis, è una grande formazione rocciosa in cui sono state scolpite le tombe di quattro re, Dario I, Dario II, Serse e Artaserse. Qui, nella “città dei morti” si percepisce quanto la Storia in Iran sia in realtà viva e rimango a bocca aperta e col naso all’insù ad ammirare i raggi del tiepido sole mattutino che scaldano la roccia incisa nei secoli dalle sapienti mani degli scultori elamiti, achemenidi e sassanidi.

Necropolis (vikingandre.com)

Necropolis (vikingandre.com)

Poco distante, sorge un’altra meraviglia che mi fa sentire microscopico: la cittadella archeologica di Persepolis. Qui la mente prende il volo, mi immagino le vicende incise sui lastroni di pietra, tutti quegli uomini barbuti in processione da ogni angolo dell’Asia per omaggiare re Dario. E’ inverno e tra le colonne imponenti non ci sono turisti, il cielo blu intenso e l’aria fredda fanno da scenario alla mia passeggiata tra grifoni di roccia e leoni intarsiati che combattono con i tori. Mi soffermo a fantasticare sullo sfarzo dei palazzi reali, sui tesori, sulle scalinate percorse da funzionari indaffarati e sui festeggiamenti del  Nowruz, il capodanno iraniano, tuttora sentitissimo e scopo, si pensa, della costruzione del sito di Persepolis.

Persepolis (vikingandre.com)

Persepolis (vikingandre.com)

Un altro aspetto che colpisce il visitatore in Iran è… Tehran ! Uno si immagina la capitale iraniana come una megalopoli infernale imprigionata nella morsa del traffico caotico, dell’inquinamento, della marea di gente, del clima insopportabile, delle colate di cemento. In effetti non esiste ancora una vera e propria cultura dell’uso dei mezzi pubblici e dopo anni di embargo le strade sono piene di vecchie Peugeot scarburate che emettono fumi non proprio salutari. Ma Tehran credo meriti comunque qualche giorno di visita. Il traffico è costantemente congestionato, ma relativamente ordinato, sono stato in ingorghi stradali decisamente più inestricabili in qualsiasi cittadina indiana: i trasferimenti sono lenti perché sembra costantemente di essere in tangenziale a Milano alle 18, ma ci si abitua abbastanza velocemente adattando i propri ritmi, evitando di infittire troppo la propria agenda di appuntamenti. E poi qualche timido passo avanti è in corso: linee di bus, linee della metropolitana, varie piste ciclabili… sicuramente con la fine dell’embargo la città troverà le risorse per affrontare questa problematica e soprattutto per cambiare la mentalità di voler ostentare a tutti i costi la propria automobile. Una Tehran con meno auto sarebbe un gioiellino: è sorprendente metter piede nel deserto piatto dell’aeroporto internazionale dedicato (come miliardi di altre opere!) all’Imam Khomeini, percorrere una sessantina di chilometri e trovarsi in una città la cui altitudine varia tra i 1100 metri sul livello del mare nella parte sud, i 1200 metri nel centro e addirittura i 1700 metri nella sua parte settentrionale, alle pendici dei monti Elburz. Le montagne fanno da sfondo al paesaggio urbano della capitale e nel periodo invernale sono pennellate del colore bianco della neve. I quartieri settentrionali sono quelli più benestanti e godono di scorci panoramici notevoli; consiglio una visita al complesso del Palazzo di Saadabad, residenza degli scià Qajari prima della Rivoluzione e ora adibito a museo: è davvero piacevole passeggiare nei giardini alberati, ammirando le montagne, scambiando due parole con gli studenti in visita.

Tehran

In una società sostanzialmente priva di luoghi di ritrovo soprattutto per i giovani, per divertirsi e stare insieme, i parchi urbani assumono anche la funzione di luoghi di aggregazione: Tehran ne è piena, sono aree verdi ben tenute che brulicano nella bella stagione di giovani, bambini, famiglie che si ritrovano, fanno picnic e spesso improvvisano concertini di musica dal vivo.

La ricchezza culturale della capitale poi è impressionante: non si contano i musei, dal già citato Museo Nazionale con la sua raccolta di reperti di ogni era storica al Palazzo Golestan con le sue sfarzose sale e le sue raffinate decorazioni, dal Museo dei Tappeti, arte nazionale per eccellenza  a quello dei Gioielli, per citare i più famosi e frequentati. Quest’ultimo è davvero unico, in quanto si trova nei sotterranei della banca nazionale iraniana e in un caveau raccoglie una quantità impressionante di monili, pietre preziose, corone, spade decorate e oggettistica varia tra cui un intero trono reale e un curioso mappamondo tutto ricoperto di gemme colorate. Tehran è poi il cuore pulsante della nazione, il centro dei commerci, della politica e anche della ricchezza: anni di embargo non hanno piegato il Paese, anzi gli hanno insegnato ad “arrangiarsi” con il proprio enorme patrimonio di risorse naturali interne. Ora che le sanzioni sono terminate, Tehran guida il Paese sul palcoscenico internazionale e diventa il motore di tutte le spinte verso il cambiamento, il progresso e le riforme.

Museo Nazionale di Tehran (vikingandre.com)

Museo Nazionale di Tehran (vikingandre.com)

Perché non bisogna dimenticarselo: l’Iran è una Repubblica Islamica, governata da una dittatura religiosa. E’ uno dei nove Paesi al mondo retti da una teocrazia, tutti i peccati sono reati, il capo dello Stato è il leader religioso, i principi giuridici sono fondati sulle norme morali religiose. Si tratta di un aspetto che non mi lascia indifferente, un tema che genera sensazioni e pensieri contrastanti nel viaggiatore occidentale, abituato a vivere in Stati laici e democratici: di primo acchito un certo fastidio, talvolta anche un senso di presunta superiorità culturale, ma anche -personalmente- una certa curiosità di capire come la gente comune viva questa teocrazia, come concretamente i principi religiosi influiscano sulla vita quotidiana della gente.

Nasir al-Mulk (vikingandre.com)

Nasir al-Mulk (vikingandre.com)

In base alla mia esperienza personale, ho notato uno scollamento tra l’establishment politico-religioso del Paese e le persone comuni, soprattutto i giovani di Tehran con cui ho avuto modo di scambiare qualche parola. Ci sono le rigide regole comportamentali dei mullah e degli imam, c’è la polizia morale agli angoli delle strade, c’è il velo per le donne da tenere sul capo,  Facebook e gli alcolici sono vietati e c’è uno Stato che nasconde le nudità delle proprie opere d’arte per non “imbarazzare” il presidente iraniano…  contemporaneamente ci sono ragazzi e ragazze che timidamente si tengono la mano per strada o si sfiorano le guance per salutarsi, mal che vada si rischia una multa… spesso il velo scivola lasciando libero un ciuffo di capelli vezzosamente biondo, le forme delle donne sono coperte, ma il volto è curatissimo, il kajal naturale esalta la forma degli occhi ed i chirurghi plastici di Shiraz hanno l’agenda fitta di appuntamenti per modellare all’insù i nasini ritenuti troppo… “mediorientali”. Basta un software popolarissimo per aggirare i filtri su internet e collegarsi a Facebook, ai siti stranieri e alle radio che diffondono in streaming la “sconveniente” musica occidentale. Non esistono locali notturni, ritrovi, bar, discoteche, ma nei ristoranti non manca mai la musica dal vivo e la gente di ogni età, non potendo ballare in pubblico, si fa trascinare in allegri canti e battiti di mani. In privato poi è tutta un’altra storia… l’importante è non disturbare gli anziani vicini bacchettoni, per il resto è tutto uno sfoggio di minigonne, tacchi alti, braccia nude, capelli ossigenati, musica e spesso qualche alcolico distillato clandestinamente. Insomma, con tutte le sue contraddizioni e le sue serie problematiche (che spaziano dai diritti umani alla pena di morte), la mia sensazione è quella di un Paese in fermento, di una pentola in ebollizione pronta a scoperchiarsi sotto la spinta di una vitalità e di un ottimismo tipicamente giovanili. Soprattutto dopo la fine delle sanzioni internazionali, gran parte della gente sembra vedere il futuro come un’opportunità di progresso e miglioramento, si colgono una speranza nell’avvenire e una fiducia nella propria identità nazionale che da noi sembrano smarrite.

Stavo sorseggiando in compagnia un ottimo tè locale sgranocchiando pistacchi quando è giunta la notizia dei nudi coperti ai musei capitolini. Grandi risate. Mi si rivolge una ragazza: “Ma cosa siete disposti a fare voi italiani per qualche milione di euro in contratti commerciali, eh !?!?! Rinnegate pure la vostra cultura ??”.  E a questo punto l’imbarazzato sono io… “Però, buoni questi pistacchietti !!”…

Pistacchi al bazar di Tehran (vikingandre.com)

Pistacchi al bazar di Tehran (vikingandre.com)

Special thanks go to Ms Sepideh (and all @ Arg-e-Jadid), Ms Lara (and all @ Mahan Air), Mr Arash (great guide & musician) and to all my travel mates.

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Laos: istruzioni per l’uso

Il viaggiatore occidentale, per quanto culturalmente preparato e mentalmente aperto, tende a filtrare la realtà del luogo in cui si trova attraverso i concetti, i valori, gli schemi interpretativi  e le prospettive che fin da piccolo gli sono stati inculcati dalla società di provenienza. E’ un fatto del tutto normale, ma per riuscire ad entrare in sintonia con gli abitanti del posto che si sta visitando e comprendere la logica dei loro comportamenti è necessario contestualizzare al massimo l’esperienza che si sta vivendo, nell’ambito della cultura e della mentalità locali. Specialmente se tale posto è in Asia. E ancora di più se nel mosaico asiatico stiamo parlando di Laos.

Il Laos geograficamente, culturalmente e storicamente è sempre stato isolato nel cuore della penisola indocinese e per questo i suoi abitanti hanno sviluppato nei secoli comportamenti e schemi sociali peculiari, spesso completamente diversi da quelli occidentali:  non è raro quindi per noi viaggiatori europei incappare in qualche situazione imbarazzante oppure apparentemente surreale quando si ha a che fare con i Lao. Senza pretesa di esaustività e con tutti i limiti di un discorso generalizzato, ecco un piccolo elenco di comportamenti e strumenti interpretativi che è consigliabile far propri quando si è ospiti di questo magnifico Paese e dei suoi abitanti.

“NON IMPORTA”

Il Buddismo sostiene che l’origine del dolore umano sia rappresentato dal desiderio di possedere cose materiali (intese come oggetti, persone, momenti esistenziali), le quali inevitabilmente non durano in eterno e quindi provocano sofferenza nell’istante del distacco, della scomparsa, del deperimento. La via per la felicità ed il modo più efficace per non soffrire è quindi non attaccarsi troppo alle cose, alle persone, ai fatti piacevoli o spiacevoli che capitano durante la vita. A questo concetto complesso, qui estremamente sintetizzato, si aggiunge un altro caposaldo del Buddismo: la credenza secondo cui il cosmo è il risultato di una concatenazione di eventi che a loro volta sono causa ed effetto di altrettanti eventi. Come si traducono questi concetti nel comportamento quotidiano del laotiano medio ? Mentre noi occidentali siamo abituati ad affrontare un problema, nell’universo buddista e quindi nella mentalità del laotiano c’è l’accettazione del problema. Pertanto, di fronte a qualcosa che va storto il laotiano reagisce con la frase che sintetizza l’essenza di un intero popolo: “bor penn yang”, cioè “non importa”.

Il turista occidentale che ordina un piatto al ristorantino locale di Vientiane e se ne vede recapitare un altro totalmente diverso oppure che si infila sotto la doccia nell’alberghetto di Luang Prabang e si accorge che gocciola solamente acqua fredda, inevitabilmente affronta di petto la questione e pretende che il problema sia risolto all’istante. Non c’è da stupirsi che il ristoratore o l’albergatore laotiano, di fronte alle lamentele del cliente occidentale, abbozzi un sorriso imbarazzato senza genuinamente comprendere quale sia il problema. Bor penn yang, nel piatto c’è comunque ottimo cibo, la doccia si può fare anche più tardi…

“NON ALZARE LA VOCE”

Sorrisi intervallati da “yes, yes”, senza che l’interlocutore laotiano muova un dito per provvedere alla soluzione del problema inducono l’ospite occidentale a pensare: “questo mi sta prendendo in giro!”. Il secondo errore dopo la cattiva interpretazione dei sorrisetti è alzare la voce. Nella società orientale alzare il tono della voce ed in generale manifestare apertamente le proprie emozioni è un comportamento considerato molto maleducato e fonte di imbarazzo. Non solo per chi lo subisce, ma soprattutto per chi lo attua: il laotiano si vergogna per un farang (letteralmente “francese” e, per pigrizia mentale o per proprietà transitiva, qualsiasi “straniero”) che sbraita e diventa tutto paonazzo e sudato, si paralizza, va in confusione ed il risultato è peggiore della iniziale lamentela. Inoltre nella vita di ciascuno in Laos c’è una forte componente animista e superstiziosa: chi grida attira gli spiriti cattivi nel luogo in cui avviene l’alterco, che qui restano anche dopo che il litigante se ne è andato. Ogni evento negativo successivo al litigio verrà attribuito automaticamente a colui che ha alzato la voce, che sia un lutto improvviso o un guasto alla tv che stava trasmettendo l’amata telenovela tailandese.

“NON TOCCARE”

Alzare la voce è quindi una manifestazione di rabbia che non fa parte del mondo laotiano, ma non è l’unico sentimento che i locali tendono ad esprimere in modo discreto. Anche la gioia, come la tristezza, è in genere un’emozione privata, intima: il contatto fisico è inusuale, sia esso un abbraccio tra amici, tenersi per mano tra fidanzati o baciarsi tra parenti. Da noi è normale incontrare qualcuno che si conosce e stringergli la mano o dargli una pacca sulle spalle oppure sfiorare le sue guance con un bacio. In Laos solo le persone molto intime hanno contatti fisici, il modo per salutarsi è quello di congiungere le mani davanti al petto, come per pregare, ed abbassare leggermente il capo. Più sono alte le mani giunte e maggiore è il rispetto per chi si saluta, fino alla fronte per i monaci e al capo per le statue del Buddha. Lo straniero che saluta la cameriera dell’albergo con un inchino e le mani giunte sopra la testa è come se dicesse “Buongiorno sua Santità”, suscitando quindi una certa perplessità. I monaci loro sì che sono considerati quasi divinità, a cui rivolgere il massimo rispetto: è vietato toccarli, le donne addirittura non possono avvicinarsi ad un monaco e se sul bus c’è un solo posto libero a fianco di un sacerdote con la tunica color zafferano piuttosto sta in piedi oppure chiede ad un altro uomo di lasciare un posto libero sedendosi lui di fianco al monaco. La testa è considerata la parte più sacra del corpo umano, mentre i piedi quella meno nobile: toccare la testa a qualcuno è un gesto maleducato ed estremamente offensivo in caso di un monaco, così come non è carino puntare i piedi per indicare qualcuno. Quando si visita il Laos non consiglio di scompigliare i capelli ad un bambino di qualche villaggio rurale, seppur con intenzioni affettuose: suscitereste imbarazzo e scapperebbe via. Ma senza piangere: non ho mai visto un bambino laotiano piangere. Non ho mai visto una carrozzina, un succhiotto, un passeggino in Laos: non so se esista correlazione, ma sembra che i bambini laotiani non piangano quasi mai.

“ATTENZIONE A NON PRENDERE IL SOLE”

Non essendoci sbocchi al mare i bambini laotiani amano giocare e nuotare nei fiumi e tra le cascate, lanciandosi in acrobazie tra sassi e scogli in totale libertà, senza particolare supervisione degli adulti. I Lao manifestano spesso una certa dose di pudicizia e non amano mostrare le proprie nudità. Gli uomini credo che un po’ si vergognino della pancetta da birra, anzi da BeerLao, l’amatissima bevanda nazionale servita rigorosamente con il ghiaccio nel bicchiere. Le donne invece, come in gran parte dell’Oriente, fanno il bagno vestite e in generale hanno un vero e proprio culto per la pelle bianca. In un Paese baciato dal sole tutto l’anno, spogliarsi, prendere il sole ed abbronzarsi è una pratica sconosciuta: avere la pelle abbronzata non è un canone di bellezza locale, anzi se qualche ragazza o donna deve muoversi sotto il sole, per esempio durante uno spostamento in motorino, copre ogni lembo di pelle con calze (senza rinunciare alle infradito d’ordinanza), pantaloni lunghi, felpa a maniche lunghe con cappuccio, spesso guanti e mascherina chirurgica sul volto. La mascherina medica da noi si vede solo addosso a qualche chirurgo o agli specialisti del reparto investigazioni scientifiche: in Oriente invece è un “capo d’abbigliamento” piuttosto diffuso, in certi casi per non contaminare il prossimo quando si ha il raffreddore, spesso per non respirare polvere lungo le strade sterrate, spessissimo per evitare che i raggi del sole possano imporporare o addirittura abbronzare le guance delle donne. Il viaggiatore e le viaggiatrici sensibili e rispettosi eviteranno quindi di indossare capi sbracciati o troppo scollati, oppure mini bikini per fare il bagno alle cascate di Kuang Si nei pressi di Luang Prabang.

“TOGLIERE LE SCARPE”

Ai bordi delle piscine naturali di acqua verde che compongono le splendide cascate di Kuang Si sono allineate decine di ciabatte infradito. E’ la calzatura più diffusa e comune in Laos: costa poco, non fa sudare il piede e si può mettere/togliere con facilità. Una consuetudine che accomuna il Laos e, per esempio, la Svezia è quella di togliersi le calzature prima di entrare in un luogo chiuso: da qui la diffusione delle comodissime infradito. Se si entra in un tempio è un segno di rispetto per la sacralità del luogo togliersi le scarpe; se si entra in una casa privata (e spesso anche in un negozio, dato che questi due ambienti in Laos frequentemente coincidono) è un segno di rispetto per la sacralità del focolaio familiare. In ogni caso è una sorta di questione igienica: come in Svezia si usa togliere le scarpe per evitare di portare in casa la neve ed il fango delle strade, ugualmente in Laos si usa togliere le scarpe per evitare di portare in casa, albergo o negozio la terra e la polvere delle strade.

“NON C’E’ FRETTA”

Le strade in Laos non hanno nome né numero. La gente comune conosce la strada e conosce i luoghi solo perché ci passa fisicamente, non perché sia in grado di leggere una mappa. Il laotiano medio non conosce la geografia, non è capace di posizionare il proprio Paese sul mappamondo e nemmeno di individuare la propria casa sulla cartina della propria città. Nella vita viaggia poco e nella maggior parte dei casi si sposta solo nell’area raggiungibile con il proprio motorino. D’altronde la sua vita è imperniata sul soddisfacimento di tre esigenze fondamentali (mangiare, bere, dormire), quindi in genere non ha grandi motivi per spostarsi. In Laos la vita è semplice: la terra è generosa e non si muore di fame, la BeerLao è più capillarmente diffusa dell’acqua e per dormire c’è sempre… il posto di lavoro. Il turista occidentale può trovarsi spiazzato di fronte ai ritmi di lavoro dei laotiani, ma questi riflettono semplicemente i ritmi della loro vita. Cioè lenti ai nostri occhi, molto lenti: in effetti, che fretta c’è ? Perché correre, affannarsi, stressarsi ? Per andare dove o per raggiungere cosa ? C’è un famosissimo detto nel Sud Est Asiatico, risalente al tempo degli sprezzanti coloni francesi, che ben sintetizza il rapporto dei laotiani con il lavoro: “i vietnamiti piantano il riso, i cambogiani lo guardano crescere, i laotiani ascoltano il riso che cresce”.

Il segreto per apprezzare il Laos ed imparare ad amarlo, senza delusioni ed incomprensioni è semplice: liberarsi dai preconcetti e dalle infrastrutture mentali tipiche dell’Occidente, rallentare i propri ritmi, i propri movimenti ed i propri pensieri, abbandonare l’apnea della vita moderna e riprendere a respirare, a godere delle bellezze del posto, in breve entrare in sintonia con la lentezza di questo incredibile “stato d’animo”.

“Io i piedi ce li misi per la prima volta nella primavera del 1972. Su uno dei terrazzini dell’Hotel Constellation a Vientiane, c’era una ragazza hippie, bionda, che fumava una sigaretta di marijuana così forte che se ne sentiva l’odore per tutte le scale. Vedendomi arrivare, come volesse confidarmi una formula segreta per capire tutto, mi sussurrò: <<Ricordati, il Laos non è un posto; è uno stato d’animo >>”.

Tiziano Terzani, “Un indovino mi disse”

A chi fosse interessato ad approfondire gli usi, i costumi e le tradizioni del Laos consiglio di leggere il libro “Laos” di Mauro Proni, italiano trapiantato in Oriente, fonte di ispirazione di questo articolo: chi è già stato nel Paese asiatico si riconoscerà in molti aneddoti citati da Mauro o magari riuscirà ad interpretare a posteriori alcune situazioni vissute in loco come surreali. Chi non vi è ancora stato, potrà disporre di un utile strumento per capirlo ed apprezzarlo appieno.

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Tired of London, tired of life – part III: Barbican Theatre & Boleyn Ground

Tra i più svariati motivi per visitare Londra non ci sono solo i suoi iconici monumenti, i suoi innumerevoli musei e le sue celebri attrazioni. Ci sono anche infiniti eventi che qui si svolgono quotidianamente, nelle più disparate location e in tutti i campi dell’intrattenimento: teatrale, musicale, sportivo…

Nuvole a Covent garden (vikingandre.com)

Nuvole a Covent Garden (vikingandre.com)

Le tournée di qualsiasi gruppo musicale, per esempio, includono sempre una tappa nella capitale inglese e gli artisti non mancano di apprezzarne la qualità del luogo e la competenza del pubblico, tanto che spesso le performance sono di qualità ed intensità maggiore rispetto ad altrove. Non deve stupire quindi che uno dei fattori di crescita turistica londinese sia rappresentato dalla partecipazione ad uno dei suoi eventi: gli appassionati di sport, teatro, arte, musica, cinema ecc. sanno che a Londra potranno godere del proprio intrattenimento preferito in location confortevoli, servite da una rete capillare di mezzi pubblici, in orari comodi e con l’assistenza di personale in genere efficiente e premuroso.

Hamlet (web)

Hamlet (web)

Il Barbican Theatre tra agosto ed ottobre 2015 ha ospitato l’Amleto di William Shakespeare, interpretato dall’attore inglese Benedict Cumberbatch. Tutte le repliche sono andate esaurite e ho capito il motivo: indipendentemente dalla dimestichezza con la lingua inglese, dalla passione per la tragedia shakespeariana e dalla curiosità per le qualità teatrali del celebre attore protagonista, lo spettacolo è davvero coinvolgente e scenografico. Il teatro è relativamente piccolo e raccolto, gli attori usano la propria voce senza microfoni e amplificazione, si muovono su un palco ampio e modulabile, in cui giochi di luce, musica e stupende coreografie riproducono i più disparati ambienti: dagli interni di un castello con una grande tavola imbandita per un realistico banchetto fino a lugubri ed astratte scenografie, specchio dell’animo travagliato di Hamlet. Ogni giorno 30 biglietti sono stati venduti a 10£ a chi non è riuscito ad accaparrarseli in prevendita ed ha avuto la pazienza (e la fortuna) di mettersi in coda alle 10.30 del mattino al botteghino di Silk Street.

Barbican Theatre (vikingandre.com)

Barbican Theatre (vikingandre.com)

Da una forma d’arte per intenditori ad un intrattenimento decisamente più popolare: gli stadi di calcio di Londra sono meta ogni giorno di tifosi ed appassionati che frequentano gli spalti non solo durante gli incontri, ma anche negli altri giorni della settimana grazie a visite guidate degli impianti e dei musei, a shopping nei negozi ufficiali delle squadre e spesso ad alberghi inglobati nel campo sportivo. Sono state consumate intere tastiere trattando il “modello inglese” di stadio privato e disquisendo sulla necessità che sia fruibile 7 giorni su 7, anche nel caso di società di piccole dimensioni.

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Farewell Boleyn Ground 1904-2016 (vikingandre.com)

Il West Ham United Football Club durante la stagione 2015/2016 ha un motivo in più per enfatizzare i suoi “stadium tours”: da agosto 2016 infatti la squadra abbandonerà lo storico Boleyn Ground situato ad Upton Park, lungo la famosa Green Street nell’East End londinese, per trasferirsi allo Stadio Olimpico di Stratford, poche miglia di distanza, nel nuovissimo impianto edificato in occasione delle Olimpiadi del 2012. “Farewell Boleyn 1904-2016” è quindi lo slogan ricorrente nel marketing degli Hammers per celebrare lo stadio che per più di un secolo è stato la casa delle imprese calcistiche di Bobby Moore, Trevor Brooking e Paolo Di Canio. Al costo di 20£ si può prendere parte ad un tour guidato che conduce nei santuari normalmente inviolabili di una società di football: la sala del presidente con vista sullo skyline londinese, i palchi dell’hospitality per i tifosi vip e gli sponsor, i corridoi dell’albergo interno con camere vista-campo, la tribuna principale dove si posizionano le telecamere della televisione. E poi si raggiungono i luoghi riservati agli addetti ai lavori nei giorni di partita: la sala stampa ed i cubicoli delle interviste, la sala relax dei calciatori, gli spogliatoi con le maglie da gioco appese agli armadietti, il tunnel che conduce al campo ed infine il grande prato rettangolare con le panchine delle due squadre.

The Academy of Football (vikingandre.com)

The Academy of Football (vikingandre.com)

La guida Michael è una fucina di aneddoti ed informazioni, un vero “hammer” con l’accento cockney dell’East London e con idee piuttosto chiare sul trasferimento nel nuovo stadio deciso dalla società per cui lavora.  Il West Ham infatti non ha un museo con una sala dei trofei da mostrare, non ha (ancora) uno stadio scintillante e moderno, non ha spogliatoi tirati a lucido con docce individuali e schermo elettronico per gli schemi di gioco, ma ogni piastrella e ogni filo d’erba del vecchio Boleyn Ground trasuda storia, tradizione, imprese eroiche, bel gioco. Il West Ham è nato nelle fabbriche lungo il Tamigi ed è sempre stato radicato nella comunità locale: è proprio questo suo fascino che ha fatto innamorare dei colori “Claret and Blue” anche molti tifosi d’Oltremanica, indipendentemente dagli scarsi successi sul campo. Spero che l’addio al Boleyn Ground non recida, usando le parole di Michael, il legame con la community e con la sua identità.

Upton Park, East London (vikingandre.com)

Upton Park, East London (vikingandre.com)

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Anime di ferro: il ritorno degli Iron Maiden

Si viene sempre colti da una certa agitazione alla vigilia dell’uscita di un nuovo album del proprio gruppo musicale preferito. Un misto di eccitazione e preoccupazione: sarà all’altezza dei precedenti oppure macchierà una carriera fino a quel momento brillante? Se poi l’album in uscita è quello degli Iron Maiden, quella nervosa aspettativa raggiunge livelli quasi patologici tra i fans della “vergine di ferro”.

Iron Maiden 2015 (web)

Iron Maiden 2015 (web)

Formatisi a East London ben 40 anni fa, i Maiden hanno attraversato tutte le epoche dell’heavy metal diventandone, dopo 15 dischi in studio, gli indiscussi capostipiti. L’età non proprio giovanissima dei 6 membri, la battaglia – poi vinta – contro un tumore del frontman Bruce, l’attesa di un lungo lustro dal precedente disco hanno alimentato i dubbi sullo stato di salute della “vergine di ferro” e sulla qualità del nuovo album.

E’ bastato un solo ascolto di The Book of Souls per spazzare in un attimo qualsiasi incertezza: gli Iron Maiden sono tornati e sono in forma strepitosa ! “Il libro delle anime” è un capolavoro assoluto di 92 minuti di heavy metal, in cui tradizione e modernità si fondono dando vita a sonorità sempre varie e mai noiose. 92 minuti di musica significano un doppio album di 11 canzoni, ciascuna delle quali di durata decisamente superiore alla media: ma sono talmente tanti i cambi di tempo, le variazioni melodiche e di ritmo, gli assoli che non esiste 1 minuto di questi  92 in cui ci si annoia o si perda interesse.

The Book of Souls (web)

The Book of Souls (web)

Tradizione e modernità: l’album è stato registrato nello stesso studio di Parigi dove nel 2000 è venuto alla luce l’ottimo Brave New World, ma con un approccio molto “live”, spontaneo, in cui quasi tutti i membri hanno contribuito alla stesura “sul posto” dei pezzi. E’ inutile provare a descrivere ogni singolo brano, bisogna solo ascoltarli e farsi catturare dalle melodie intrecciate delle 3 chitarre di Dave, Adrian e Janick, dalle galoppate col basso di Steve, dagli infiniti cambi di tempo del drummer Nicko e dall’inconfondibile voce “air raid siren” di Bruce.

Se qualche nostalgico “old school” decidesse di acquistare l’album in formato cd o vinile, anziché scaricarlo in digitale, potrebbe anche apprezzarne il bellissimo artwork, tutto incentrato su Eddie – la mascotte storica della band – catapultato in epoca Maya dai pennelli dell’artista britannico Mark Wilkinson.

Mayan Eddie (web)

Mayan Eddie (web)

Il primo singolo estratto dall’album, Speed of Light, è disponibile anche in formato video: è un geniale tributo al mondo dei videogiochi con Eddie che attraversa le ambientazioni della discografia maideniana dagli esordi ai nostri giorni, passando dai videogames a 8 bit fino alla realistica grafica contemporanea.

Videogame at the speed of light (web)

Videogame at the speed of light (web)

Una menzione speciale merita il pezzo che chiude The Book of Souls: Empire of the Clouds secondo me è la perfezione in campo musicale. 18 minuti di racconto in note del disastro aereo che nel 1930 ha visto coinvolto il dirigibile britannico R101 in volo dall’Inghilterra al Pakistan:  non una parola in più, va ascoltato e goduto dall’inizio alla fine, magari ad occhi chiusi, possibilmente con una bella coperta di lana addosso… i brividi e la pelle d’oca infatti non vi lasceranno molto presto.

Ed Force One ready for 2016 world tour (www.ironmaiden.com)

Ed Force One ready for 2016 world tour (www.ironmaiden.com)

See you on tour…. Up the Irons !

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Baltic sisters, positively surprising !

Aeroporto di Tallin. Attesa del volo di rientro in Italia. Ogni gate di imbarco è graficamente decorato in modo differente ed il nostro ha in bella evidenza lo slogan dell’ente turistico locale: “Estonia, positively surprising”. Questa frase – seppure un po’ legnosa da pronunciare – riassume bene l’esperienza di viaggio non solo in Estonia, ma in tutte e tre le Repubbliche Baltiche: una sorpresa positiva, ben oltre le aspettative. Questo angolo di Europa, faticosamente liberatosi solo negli anni Novanta dall’oppressione sovietica, non è infatti molto conosciuto a livello turistico, ma negli ultimi tempi ha saputo valorizzare le proprie bellezze e la propria identità culturale. Lituania, Lettonia ed Estonia svelano ciascuna i propri tratti nazionali salienti, ma senza rinnegare gli aspetti che le accomunano e che le hanno rese “le tre sorelle baltiche”.

Le sorelle baltiche

Le sorelle baltiche (vikingandre.com)

Una caratteristica comune delle capitali Vilnius, Riga e Tallin è la presenza di un centro storico ben definito, derivante soprattutto dalle fortificazioni edificate nel corso dei secoli e che tuttora ne delimitano il cuore urbano: le dimensioni non eccessive di questi nuclei storici consentono una delle attività che più amiamo in viaggio, il girovagare a piedi senza meta, il godersi luoghi e scorci semplicemente trovandoseli davanti.

Katariina käik, Tallin (vikingandre.com)

Katariina käik, Tallin (vikingandre.com)

#VILNIUS, #LITUANIA

L’aeroporto di Vilnius è piccolo e semi-deserto, sembra una stazione dei treni: la più meridionale delle Repubbliche Baltiche, la Lituania, ci accoglie in modo quasi familiare in una tiepida mattinata di agosto; il pulmino numero 88 parte dalla banchina situata nel piazzale di Oro Uostas e, raccogliendo massaie e studenti ad ogni fermata, percorre le strade di periferia fino al centro città, seguendo il perimetro del nucleo urbano: il biglietto costa 1€ per gli adulti e 0,5€ per i bambini ed in circa mezz’ora di tragitto ci deposita presso l’iconica cattedrale cittadina. L’alternativa è prendere il treno che dalla stazione dell’aeroporto conduce alla stazione ferroviaria in poco meno di 10 minuti di percorso: la frequenza è di circa un convoglio all’ora ed il biglietto costa 0,72€. La Lituania è entrata nell’area euro il 1° gennaio 2015 ed il costo della vita beneficia ancora dei prezzi indicati in euro e nel vecchio litas.

Vilnius dalla collina Gediminas (vikingandre.com)

Vilnius dalla collina Gediminas (vikingandre.com)

Una volta inquadrati su una mappa i confini del centro, l’esplorazione a piedi di Vilnius si svolge con serena casualità da un luogo all’altro: è infatti impossibile perdersi qualche attrazione di questa gradevolissima ed affascinante città, ricca di angoli suggestivi, stradine lastricate di ciottoli, giardini e tante, tantissime chiese. Partendo dalla porta meridionale Dawn Gate che conserva un’effigie dorata della Madonna, risaliamo la via principale Pilies Gatve zigzagando tra edifici religiosi cattolici e ortodossi, palazzi in stile barocco, laboratori artigianali, una bella università ed il quartiere ebraico oggi stracolmo di locali, ristoranti all’aperto e negozi di prodotti in ambra.

Le stradine di Vilnius by night (vikingandre.com)

Le stradine di Vilnius by night (vikingandre.com)

L’immagine più simbolica della città è forse la grande piazza della Cattedrale, con la bianca chiesa in stile classico e la torre del campanile alta quasi 60 metri, ma è assolutamente da non perdere la vista panoramica della capitale lituana al tramonto dall’alto della collina di Gediminas. Per una sosta rilassante, i giardini Bernardinu Sodas sono l’ideale, grazie a prati ben tenuti, fontane, laghetti, giochi. Dall’uscita meridionale del parco si può poi procedere lungo il fiume Vilnia fino alla chiesa di Sant’Anna in mattoni rossi e subito dopo esplorare la cosiddetta Repubblica di Užupis, un quartiere autoproclamatosi stato indipendente e animato da artisti, artigiani ed hippie sognatori; qui si trovano vari caffè, ristoranti e una pizzeria. Infine, agli appassionati di Storia (soprattutto quella più recente) consigliamo la visita del Museo delle Vittime del Genocidio (http://www.genocid.lt/muziejus/en/) in Gediminino Prospektas, dove testimonianze fotografiche e reperti ripercorrono anche in modo crudo gli anni drammatici dell’occupazione nazista e sovietica in Lituania.

Campanile della Cattedrale di Vilnius (vikingandre.com)

Campanile della Cattedrale di Vilnius (vikingandre.com)

La cucina baltica è piuttosto essenziale ed energetica, sempre innaffiata da un’eccellente birra locale. Uno degli snack più frequenti è un piatto di pezzetti di pane pesantemente fritti, strofinati con l’aglio e serviti sommersi da una montagna di formaggio grattato e con una ciotolina di panna acida in cui intingerli… nella Repubblica di Užupis si possono gustare piatti come questo presso il ristorante Sole Respublika (http://www.solerespublika.lt/) con vista sulla statua dell’angelo appunto di Užupis oppure sorseggiare un caffè con vista fiume al bar Užupio kavinė (http://uzupiokavine.lt/).

Birretta ai piedi dell’angelo di Užupis (vikingandre.com)

Birretta ai piedi dell’angelo di Užupis (vikingandre.com)

L’offerta alberghiera di Vilnius è ampia e variegata. In una caratteristica stradina acciottolata, ubicato in pieno centro storico tra la Cattedrale e la chiesa di Sant’Anna, sorge il Shakespeare Boutique Hotel (http://www.shakespeare.lt/); travi in legno a vista, camere tutte diverse con ciascuna il nome di uno scrittore classico, sala pranzo con divani e poltrone ricoperti da grossi cuscini, servizio impeccabile e cortese, deliziosa cucina à la carte sempre aperta: nel contesto dei prezzi lituani non è economicissimo, ma posizione e atmosfera valgono sicuramente la spesa.

Shakespeare Boutique Hotel Vilnius: (vikingandre.com)

Shakespeare Boutique Hotel Vilnius: (vikingandre.com)

#RIGA, #LETTONIA

Per muoversi all’interno delle Repubbliche Baltiche, il mezzo più comodo è il bus dato che le linee ferroviarie non sono capillari ed i tempi di percorrenza sono piuttosto lunghi su mezzi non molto confortevoli. La stazione dei bus di Vilnius si raggiunge in circa 10 minuti a piedi dalla porta dell’Aurora e la compagnia Lux Express (http://www.luxexpress.eu/en) collega comodamente in circa 4 ore la capitale lituana a quella lettone. I mezzi sono moderni e confortevoli, dispongono di toilette e ogni sedile è dotato di un piccolo schermo come quello sugli aerei con film, giochi ed intrattenimenti vari. In fondo ad alcuni pullman della Lux Express esiste una “lounge” che consente per pochi euro in più di viaggiare in un sedile singolo con spazio extra per le gambe, bottiglietta d’acqua e snack inclusi. La stazione dei bus di Riga è ubicata a ridosso del centro storico, a 10/15 minuti a piedi dalla piazza del Comune.

Bus -anche se sembra un aereo- tra Vilnius e Riga (vikingandre.com)

Bus -anche se sembra un aereo- tra Vilnius e Riga (vikingandre.com)

Tra le 3 capitali baltiche, Riga è quella che presenta ancora vaghe tracce dell’occupazione sovietica, soprattutto nell’aspetto grigio e squadrato di alcuni edifici della sua periferia, nel tetro cemento scuro del centralissimo Museo dell’Occupazione e nell’aria un filo trasandata della stazione e del vicino mercato Rīgas Centrāltirgus. Ma si tratta solo di tracce, perché per il resto l’atmosfera che vi si respira e l’estetica degli edifici centrali sono lontanissimi dallo squallore urbano di epoca sovietica: il cuore storico di Riga, delimitato dal fiume Daugava e dal suo canale Pilsētas kanāls immerso nel verde del parco cittadino, è in grandissima parte pedonalizzato e si presenta come un vivace susseguirsi di piazze acciottolate, tortuose viuzze, chiese cattoliche, ortodosse, luterane, palazzi in stile art nouveau e vecchie case dei mercanti di impronta anseatica.

Nei pressi della chiesa di San Pietro a Riga (vikingandre.com)

Nei pressi della chiesa di San Pietro a Riga (vikingandre.com)

Qui è veramente imperativo riporre mappe e smartphone e concedersi di perdersi tra gli innumerevoli scorci e angoli pittoreschi che contraddistinguono la capitale lettone. Ci imbattiamo facilmente nella piazza Rātslaukums con l’iconica Casa delle Teste Nere ed il Municipio, nella imponente chiesa di San Pietro, nella piazza del Duomo, nel Castello di Riga e nella vivace piazza Livu con la famosa statua del gatto nero divenuta simbolo della città. Dopo una foto agli affascinanti edifici detti “Tre Fratelli” e alla Torre delle Polveri, ci concediamo un po’ relax nel curatissimo parco cittadino dove si può noleggiare una barca a remi in legno o sorseggiare una birra in uno dei chioschetti nascosti tra gli alberi mentre le bambine si rincorrono nei prati. Poco distante troviamo Alberta Iela, la via dei palazzi in stile art nouveau, l’Opera House con la sua piazza stracolma di fiori colorati ed il monumento alla libertà dove nella luce del lungo tramonto estivo brillano le tre stelle che simbolizzano la libertà delle sorelle baltiche. La vicinanza di Riga al mare comporta in certi momenti l’ingombrante presenza di truppe di crocieristi in marcia serrata tra le attrazioni locali prima che il proprio condominio galleggiante salpi le àncore; un luogo dove solitamente questi turisti con l’adesivo della nave appiccicato alla maglietta non arrivano è il mercato centrale Rīgas Centrāltirgus: qui, nei grandi hangar un tempo utilizzati per costruire dirigibili, si incontra la gente del posto intenta ad acquistare fragole, mirtilli, cetrioli, anguille affumicate e barattoli di caviale. Molte vecchiette con il foulard allestiscono piccoli banchi di fiori o di prodotti del proprio orto di casa, conferendo al luogo un’aria rustica e verace.

Fontana nel canale di Riga (vikingandre.com)

Fontana nel canale di Riga (vikingandre.com)

A proposito di cibo, nutrirsi a Riga è semplicissimo: il centro brulica di locali, bar, pub, ristoranti che nella stagione estiva dilagano in ogni piazzetta e via all’aperto. C’è l’imbarazzo della scelta, anche perché nonostante la massiccia presenza turistica tutti i locali che proviamo sembra preparino i piatti al momento e la qualità è sempre eccellente.

Selezione di birre lettoni gustate all'aperto in una sera d'estate a Riga.... mmmmh ! (vikingandre.com)

Selezione di birre lettoni gustate all’aperto in una sera d’estate a Riga…. mmmmh ! (vikingandre.com)

Imbattibile è il pentolone di 1 kg di cozze alla crema di zafferano che ci concediamo da Egle (http://spogulegle.lv/), nella via Kalku alle spalle del Duomo.

Cozze del Baltico (vikingandre.com)

Cozze del Baltico (vikingandre.com)

L’offerta alberghiera è anche qui ampia e va da famose catene internazionali come i Radisson ad hotel indipendenti più semplici ed economici. Optiamo per il St. Peter’s Boutique Hotel (http://www.stpetershotel.lv/) che ci consente di stare in un’unica camera in 2 adulti e 3 bambine: gli ambienti in legno e roccia a vista stuccata, la sala colazione (un po’ piccola) nel sotterraneo con volte in mattoni ed il caminetto rustico nei pressi della reception conferiscono a questo albergo il carattere ed il fascino che ci piacciono. La posizione a pochi passi dalla chiesa di San Pietro è comodissima per esplorare la città, la nostra camera all’ultimo piano minimizza il rumore di alcuni locali presenti nella stessa strada.

St. Peter’s Boutique Hotel di Riga (vikingandre.com)

St. Peter’s Boutique Hotel di Riga (vikingandre.com)

#TALLIN, #ESTONIA

In 4 ore abbondanti il bus della Lux Express ci porta a Tallin, la capitale dell’ Estonia: l’autostazione si trova ad un paio di km dall’albergo, in zona abbastanza periferica, perciò il taxi è la soluzione più comoda (ci costa 4,5€ sebbene non sia chiaro se stringerci in 6 su un’auto station wagon fosse concesso oppure fosse uno strappo alla regola). Il traffico intorno al centro cittadino è scarso, percorriamo ampi viali a 2/3 corsie e scorgiamo alcuni grandi centri commerciali più tipici del moderno Nord Europa che della vecchia cortina di ferro.

Tallin dalla collina Toompea (vikingandre.com)

Tallin dalla collina Toompea (vikingandre.com)

La fetta superiore del sandwich baltico ha infatti un sapore decisamente scandinavo e Tallin, per pulizia, efficienza, tecnologia e fiuto commerciale assomiglia ad una capitale nordica. In più la lingua che vi si parla, di ceppo ugro-finnico, richiama nei suoni e nella scrittura il finlandese. Il cuore della città è delimitato da mura ben conservate e questo aspetto architettonico ne favorisce l’impronta “medievale”, sapientemente valorizzata in chiave turistica; ballatoi in legno, torri a punta con il tetto in tegole rosse, castello, antichi palazzi di origine mercantile con trave e fune sulla facciata, chiese imponenti dai più disparati stili architettonici ed una magnifica piazza centrale dominata dal palazzo del municipio: tutto contribuisce a creare un’atmosfera da vecchio comune anseatico. Molti alberghi e ristoranti ripropongono gli ambienti soffusi ed un po’ rustici (caminetto, candele e mattoni a vista) del passato, addirittura riproponendo menu di pietanze e bevande elaborati seguendo antiche ricette tradizionali, talvolta rasentando il kitsch con camerieri in costume e danze semi-improvvisate. L’infinità di negozietti di souvenir denota una massiccia presenza turistica, alimentata anche qui da sciami di crocieristi fuoriusciti da giganteschi alveari galleggianti ancorati nel vicino porto. Per fortuna il fascino di Tallin non ne esce scalfito, anzi: durante il giorno vi si respira una vivace aria vacanziera che scivola nella romantica tranquillità della sera, quando le stradine acciottolate si svuotano, o nella nebbiolina del mattino presto, quando cominciano ad animarsi.

Vecchie case dei mercanti a Tallin (vikingandre.com)

Vecchie case dei mercanti a Tallin (vikingandre.com)

La visita del nucleo storico di Tallin si effettua tutta a piedi ed orientarsi è facile: basta zigzagare a caso nelle sue stradine e cambiare direzione quando si incontrano i bastioni. Partiamo da sud, dalla Piazza della Libertà: Vabaduse Väljak, con il suo monumento in piastrelle di vetro dedicato ai caduti nella guerra di indipendenza estone e con l’opposta Chiesa di San Giovanni, è il ritrovo degli appassionati di skateboard che si sfidano in acrobazie tra gradini e muretti. Risaliamo la collina Toompea, il nucleo più antico del cuore storico della città ed incontriamo un bel museo, adatto anche ai più piccoli: Kiek in de Kök (http://linnamuuseum.ee/kok/en/) consiste in una torre delle antiche fortificazioni cittadine trasformata in virtuale viaggio nella storia di Tallin con testimonianze audiovideo, reperti e dispositivi multimediali. Dalla cima della torre si gode di una bella vista sui tetti dei palazzi sottostanti e da qui deriva il nome Kiek in de Kök, cioè “sbirciata nelle cucine”… delle altre case ! La seconda parte del museo conduce nei tunnel sotterranei scavati nei bastioni della città e anche qui il tema conduttore è la storia di Tallin attraverso l’uso, nel corso dei secoli, di questi passaggi segreti: da rifugio durante i bombardamenti bellici a ritrovo dei giovani punk inneggianti alla perestrojka. Da non perdere ! Proseguiamo con la visita alla Cattedrale ortodossa di Aleksandr Nevskij e dopo qualche scatto fotografico dalla vicina terrazza panoramica sul profilo della città, scendiamo dalla collina per una sosta relax nei giardini adiacenti alla più lunga e pittoresca sequenza di torri e mura della città. La passeggiata ci conduce al cuore pulsante di Tallin, la piazza del Municipio, un luogo davvero suggestivo soprattutto di sera quando è tutta illuminata: ampia, vivace, strapiena di umanità, animata da artisti di strada, ricca di locali e ristoranti di ogni genere.

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Il Municipio di Tallin, nella piazza principale della città (vikingandre.com)

Quando lo stomaco comincia a brontolare, non passano molti secondi prima che a Tallin ci si imbatta in qualche trattoria, ristorante o birreria: ce n’è ovunque, per tutti i gusti e tutte le tasche. In un pittoresco angolino stretto tra le fortificazioni e la chiesa di S. Olaf, troviamo il ristorante U Natashi (link) che serve su tavolini all’aperto gustosi piatti della cucina russa: tra questi, ottimi gnocchi degli Urali fatti a mano. Immancabile è la visita ad uno dei locali che propongono piatti tratti da ricette medievali: Olde Hansa (http://www.oldehansa.ee/en/) è il più grande e famoso, ma meritano anche Peppersack (http://www.peppersack.ee/) ed il pub Draakon (http://www.kolmasdraakon.ee/), quest’ultimo situato proprio sotto i portici del Municipio. Per un ambiente più raccolto, tutto candele e travi in legno a vista, consigliamo il ristorante Munga Kelder (http://www.mungakelder.ee/), la cantina dei fraticelli, nei pressi della suggestiva viuzza Katariina käik.

Il ristorante Munga Kelder di Tallin (vikingandre.com)

Il ristorante Munga Kelder di Tallin (vikingandre.com)

Per dormire 3 notti a Tallin in 5 persone senza liquefare la carta di credito, conviene cercare una sistemazione alberghiera fuori dal nucleo storico: l’Hotel Santa Barbara (http://www.stbarbara.ee/) è una soluzione semplice, pulita, economica, con camere a 4/5 letti e soprattutto una posizione comodissima a ridosso del centro storico. La colazione a buffet è servita nella sala sotterranea, con camino e volte in mattoni, del ristorante Baieri Kelder (http://www.baierikelder.ee/), una birreria in stile bavarese il cui stinco di maiale al forno consigliamo vivamente: si scioglie letteralmente in bocca.

Gli abitanti di Helsinki amano prendere il sole seduti sui gradini del loro duomo (vikingandre.com)

Gli abitanti di Helsinki amano prendere il sole seduti sui gradini del loro duomo (vikingandre.com)

Frequenti navi giornaliere (Tallink Silja Line, Viking Line, Eckerö Line) collegano il porto di Tallin a quello di Helsinki: la maggior parte attraversa il golfo di Finlandia in un paio d’ore abbondanti, consentendo un’escursione giornaliera nella capitale finlandese.

Il mercato di Helsinki: questi ce li possiamo ancora permettere.... (vikingandre.com)

Il mercato di Helsinki: questi ce li possiamo ancora permettere…. (vikingandre.com)

Suggeriamo di portarsi i viveri dall’Estonia, i prezzi finlandesi – seppur espressi in euro come in tutti e 3 i vicini baltici – sono a dir poco inarrivabili. Una pinta di birra alla spina arriva a costare 8/9 euro ! Sopravviviamo con un po’ di street food lappone consumato al mercato e un cestino di mustikka (mirtilli) e lamponi artici.

Tramonto sul Baltico, tra Helsinki e Tallin (vikingandre.com)

Tramonto sul Baltico, tra Helsinki e Tallin (vikingandre.com)

Di nuovo Tallin. E’ arrivato il taxi per l’aeroporto: stavolta è un pulmino, ci stiamo ben comodi in 5 e i nostri zaini rotolano nell’ampio bagagliaio. In 10 minuti giungiamo al terminal, le strade qui sono sempre libere e semi-deserto è pure lo scalo più importante dell’Estonia. Sullo monitor touch-screen scorgiamo ben 3 voli in partenza stasera. Dopo i controlli ai raggi X e ai metal detector c’è un dispositivo con tre pulsanti a forma di faccine, una sorridente, una indifferente e una triste: premendo si dà un giudizio dell’esperienza appena trascorsa ai controlli aeroportuali. Sorridiamo insieme alla faccina sorridente e premendola diamo tutti un giudizio positivo, come se fosse la valutazione dell’intero viaggio….

….positively surprising !

Bye bye Baltic sisters ! (vikingandre.com)

Bye bye Baltic sisters ! (vikingandre.com)

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L’incanto del mare a #Positano (Italia)

La leggenda narra che Positano fu fondata dal dio ellenico dei mari Poseidone, in onore dell’amata Pasitea. Forse le reali vicende storiche di questo borgo cesellato nella costiera amalfitana sono meno affascinanti del mito, ma certamente Positano oggi è un luogo davvero romantico, ideale per un week-end di coppia come nella notte dei tempi fece da sfondo perfetto all’idillio tra Nettuno e la sua ninfa.

Poseidone ha buon gusto... (vikingandre.com)

The small curving bay of unbelievably blue and green water laps gently on a beach of small pebbles… J. Steinbeck (vikingandre.com)

L’Italia è un mosaico di cultura, storia, stile, tradizione culinaria, accoglienza, splendidi paesaggi ed atmosfere affascinanti: un mix introvabile altrove, molto apprezzato dai viaggiatori di tutto il mondo, un patrimonio da conservare e valorizzare, su cui auspico si possa basare presto il benessere della nostra nazione e delle generazioni future.

Italia in tavola (vikingandre.com)

Italia in tavola (vikingandre.com)

Positano è un esempio di eccellenza nel campo turistico italiano: vanta innanzitutto una posizione geografica invidiabile arroccata tra mare e monti nella penisola sorrentina, non troppo distante dall’aeroporto di Napoli Capodichino e da Salerno, ben servita da traghetti che la collegano alle vicine perle della costiera, Amalfi, Ravello, Capri e Sorrento stessa. Inoltre si sviluppa verticalmente in un dedalo di viuzze, gradini, casette colorate, piccole boutique, ristoranti, ville che contribuiscono a creare il fascino del borgo italiano di felliniana memoria, anche grazie agli agrumi e ai fiori mediterranei che rilasciano le loro fragranze nell’aria e colorano ogni angolo del paesino.

Positano (vikingandre.com)

Positano, la perla della costiera amalfitana (vikingandre.com)

Non mancano chiese, monumenti, ville romane e torri di guardia sul mare che si alternano ad un’infinità di bar, locali, pizzerie e ristorantini dove gustare un bell’aperitivo al fresco serale oppure una pizza della migliore tradizione napoletana o infine una cenetta vista mare a base di pesce fresco o prodotti genuini della cucina mediterranea.

Nastro Azzurro, bruschetta, sole e mare (vikingandre.com)

Serve altro ?!? (vikingandre.com)

Posta alle falde meridionali dei monti Lattari, Positano è riparata dai venti del Nord ed il suo clima è quasi sempre mite ed asciutto da aprile ad ottobre, rinfrescato da una gradevole brezza marina durante i periodi più caldi. I vari sentieri di montagna, da cui si gode una vista panoramica incomparabile, rappresentano una valida alternativa alla vita balneare lungo la sua spiaggia attrezzata (ma esiste anche una zona libera) di sabbia scura.

Positano by night (vikingandre.com)

Positano by night, la notte più corta dell’anno (vikingandre.com)

Complice la congiuntura economica favorevole a sterlina e dollaro, Positano in questa estate 2015 è pacificamente invasa da turisti americani e britannici, visitatori sensibili alle bellezze del Belpaese, coccolati dagli abitanti del posto capaci di coniugare un forte senso di accoglienza all’innata simpatia ed al loro spontaneo carattere estroverso.

Dagli USA per un "amazing wedding" (vikingandre.com)

Dagli USA per un “amazing wedding” (vikingandre.com)

“Coccolati” è la parola giusta per descrivere la sensazione che si prova nell’essere ospiti all’hotel Marincanto (http://www.marincanto.it/) di Positano. L’albergo si sviluppa in verticale lungo il versante orientale del borgo e offre splendidi scorci di mare blu, casette colorate e montagne verdi che sembrano pennellati dalla fantasia di un pittore. La terrazza dei limoni dove sono serviti i pasti e la prima colazione non solo è decorata con piante di agrumi e fiori profumati, ma si affaccia anche su un panorama talmente spettacolare da togliere il fiato. Il servizio di cucina, attivo praticamente senza interruzioni dalla prima colazione alla cena a lume di candela, è a tal punto comodo e squisito che la voglia di uscire dall’hotel pian piano va scemando e ci si immerge in un’attitudine di totale relax e piacevole ozio. Ogni angolo di questo albergo è curato nei minimi dettagli, dal solarium panoramico (utilizzato anche come location indimenticabile per matrimoni) alla magnifica piscina “infinity” la cui superficie d’acqua sembra sparire sulla linea dell’orizzonte sfumando nel blu del mare. Il personale dell’hotel (ed in particolare il mitico Gianni) merita una menzione a parte: efficienza, cortesia, simpatia ed attenzione ad ogni esigenza hanno reso davvero unica una ricorrenza speciale.

Infinity pool @ hotel Marincanto Positano (vikingandre.com)

La Dolce Vita all’hotel Marincanto di Positano (vikingandre.com)

I first heard of Positano from Alberto Moravia. It was very hot in Rome. He said, “Why don’t you go down to Positano on the Amalfi Coast? It is one of the fine places of Italy”. Positano bites deep. It is a dream place that isn’t quite real when you are there and becomes beckoningly real after you have gone. Its houses climb a hill so steep it would be a cliff except that stairs are cut in it… The small curving bay of unbelievably blue and green water laps gently on a beach of small pebbles.  John Steinbeck

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Follow your Muse: Drones in Switzerland 2015

Una volta consideravo i MUSE una band un po’ troppo leggera per i miei gusti musicali, troppo melodica e mainstream per uno che mangiava Slayer a pranzo e Testament a cena. Non disdegnavo qualche interessante episodio della loro discografia, mi incuriosiva il fatto che bazzicassero Como e che sperimentassero con vari strumenti elettrici ed elettronici assemblati ad hoc per esaltare il loro sound, ma nulla più di un’alzata di sopracciglio…

muse.mu

muse.mu

Vent’anni più tardi non riesco a togliere dal lettore cd il nuovo disco dei Muse ! Forse è il segno dell’età che avanza, oppure semplicemente perché l’album DRONES “spacca di brutto”, come direbbe la mia consorte, grande fan del terzetto del Devon. In effetti riscontro una sorta di allineamento tra l’ammorbidimento dei miei gusti musicali e l’irrobustimento del suono dei Muse in Drones, ora ripulito dagli arabeschi elettronici a favore di una chitarra secca, intensa e di una sezione ritmica incisiva, quasi marziale.

muse.mu

muse.mu

Bastano pochi ascolti affinché pezzi come “Dead Inside”, “Psycho” e “Mercy” si incidano nella memoria con i loro riff ben definiti, le ritmiche trascinanti ed un cantato sempre all’altezza; ma anche i brani più sperimentali e meno catchy, quali per esempio l’epica “Aftermath”, la progressive “The Handler” e la quasi metal “Reapers”, si inseriscono alla perfezione nel contesto di “Drones”, arricchendo di sonorità variegate e di soluzioni melodiche originali un album già di per sé molto consistente e dalla produzione impeccabile. Un album che si chiude con un pezzo di musica classica ispirato ad una composizione di Giovanni Pierluigi da Palestrina, maestro del Rinascimento, e con un sacrale “AMEN!”… non può che lasciare l’idea di aver davvero appena ascoltato una liturgia musicale celebrata dai tre officianti di Teignmouth.

muse.mu

muse.mu

Sul palco Matt Bellamy (voce e chitarra, talvolta piano), Dom Howard (batteria) e Chris Wolstenholme (basso e seconda voce) sono una potente ed inesorabile macchina da decibel, che consiglio…. vivamente…. di ammirare all’opera.

muse.mu

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Nell’estate musicale 2015 ho puntato tutte le mie fiches sul Sonisphere svizzero di Biel/Bienne-Nidau di cui appunto i Muse erano annunciati headliner. Una nota di merito va all’organizzazione: memore di un terrificante concerto Sonisphere 2010 con i Metallica sciaguratamente tenutosi nelle campagne presso Zurigo, dove ho trascorso più di 10 ore con il fango ben oltre le caviglie, temevo di poter ricascare in un altro inferno succhiasoldi dei cugini elvetici. Mi sbagliavo. La cifra scucita è stata sicuramente ragguardevole, ma la location e l’organizzazione sono valse ogni singolo franco investito. A causa di un mega ingorgo al San Gottardo, io e la mia “musa” siamo arrivati al paesino del concerto circa 1 ora prima dell’inizio degli headliners, ma ciononostante abbiamo trovato facilmente un parcheggio gratuito a pochi passi dall’ingresso.

Muse dal vivo nella bucolica campagna Svizzera (Sonisphere Biel Nidau 06.06.2015)

Muse dal vivo nella bucolica campagna Svizzera (Sonisphere Biel Nidau 06.06.2015)

L’area del concerto era stata allestita in un bel parco circondato da un lago, da alberi e da verdeggianti colline: a differenza dell’angusto parcheggio in asfalto del Forum di Assago (Postepay Milano Summer Festival, tanto per citare un altro infausto evento), delimitato da container arrugginiti e percorso da simpatici fili dell’alta tensione, in Svizzera abbondava lo spazio vitale, sono state innalzate apposta comode tribune, sono stati installati numerosissimi bagni chimici e dappertutto erano pure segnalati dei grossi contenitori per l’immondizia (puntualmente utilizzati dalla folla, composta soprattutto da compiti fans svizzeri, francesi, tedeschi e anche da qualche italiano… indisciplinato). I banchi dei mixer erano situati in tende basse che non impedivano la vista a chi stava dietro ed il palco era attrezzato con 3 grandi schermi che consentivano di godersi lo spettacolo appieno da qualsiasi distanza. Alle spalle della tribuna principale è stata creata poi una sorta di “food-hall” all’aperto con panche, tavoli, bagni e soprattutto un’infinità di stand che serviva ogni genere di cibo e bevanda, dall’hamburger all’hot dog, dal burrito messicano ai ravioli cinesi, dalla pastasciutta al rösti, dalla panaché al caffè.

Sonisphere 2015 Biel Nidau: organizzazione svizzera (stavolta)

Sonisphere 2015 Biel Nidau: organizzazione svizzera (stavolta)

I Muse hanno letteralmente ribaltato la folla a colpi di rock, spazzando via per quasi 2 ore la quiete di quest’angolo di Svizzera incastonato tra Francia e Germania, con un’esibizione intensa, trascinante, tecnicamente impeccabile, supportata da pochi effetti scenici (qualche gioco di luce, una cascata di coriandoli bianchi e rossi, dei mega palloni neri rimbalzanti sulla folla…), ma soprattutto da un suono pulito, potente ed equilibrato che ha contribuito all’ottima riuscita della serata.

Dominic's Instagram

Dominic’s Instagram

Ed oggi siamo qui, Drones costantemente nello stereo col volume a tacca 12, a scorrere l’elenco delle date dei prossimi concerti dei Muse, fantasticando se sia più facile andarli a vedere a Buenos Aires in ottobre o a Singapore a settembre…

…..DO YOU UNDERSTAND ? AYE SIR !!!!

muse.mu

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Nepal, the Flame is not Dying Out

Dopo un viaggio in India, magari lungo la pianura gangetica con tappa a Varanasi, giungere in Nepal è quasi un toccasana, per la mente ed il fisico. L’umanità indiana e le emozioni suscitate dalla sua città sacra alla lunga possono generare una sensazione soverchiante, quasi soffocante.

Al cospetto delle grandi città indiane, Kathmandu sembra un piacevole villaggio di montagna, adagiato nella sua valle verdeggiante, da cui si adocchiano i picchi innevati delle vette himalayane. In realtà conta comunque il suo milioncino di abitanti ed il suo traffico caotico non ha molto da invidiare a quello delle metropoli indiane. Ma il suo clima leggermente più fresco, il suo ampio centro storico percorribile a piedi e l’orizzonte bordato di altissime montagne, la rendono forse un po’ più a misura d’uomo, un po’ più rilassante delle città cugine indiane.

Boudhanath stupa, Kathmandu (vikingandre.com)

Boudhanath stupa, Kathmandu (vikingandre.com)

Kathmandu è la capitale di un piccolo Paese ai piedi dell’Himalaya, il Nepal, la cui economia si basa in gran parte sul turismo: le scosse di terremoto che lo hanno recentemente squassato (aprile 2015), con un angosciante tributo di vittime, hanno sgretolato alcuni stupendi monumenti, ne hanno danneggiati altri, hanno interrotto le attività nel parco naturale di Chitwan, hanno sospeso le spedizioni di trekking lungo i sentieri che innervano le sue colline, valli, montagne.

Il governo locale, dopo le prime settimane di emergenza, ha trasmesso un comunicato agli operatori turistici di tutto il mondo per annunciare che il primo obiettivo dopo la messa in sicurezza di strade, case ed infrastrutture fondamentali, sarà la ricostruzione dell’immenso patrimonio culturale e naturalistico del Paese, su cui si basa la sopravvivenza dell’industria turistica e quindi di tante guide, autisti, sherpa, albergatori, camerieri, cuochi, operatori nepalesi. Aiutare il Nepal non significa solo dare un contributo in termini economici, ma anche non abbandonare il Paese a sé stesso, consiste anche nell’andarci di persona, nel viverlo direttamente per ammirarne il prezioso patrimonio paesaggistico, culturale, spirituale e umano che nessun terremoto potrà mai cancellare.

Colours of Nepal (vikingandre.com)

Colours of Nepal (vikingandre.com)

E a chi ama la musica heavy metal, forse farà piacere sapere che il Nepal vanta una vivace scena locale ed un primato: la prima vera band capace di mescolare le sonorità del metal occidentale con influenze tipicamente locali. Si tratta dei DYING OUT FLAME, autori nel 2014 di un disco, SHIVA RUDRASTAKAM, che unisce la brutalità sonora del death metal con testi basati sull’induismo e gli insegnamenti vedici, il tutto arricchito da stacchi melodici ispirati ai salmi dedicati a Shiva e realizzati con strumenti tradizionali orientali.

Dying Out Flame - Hindu/Vedic Death Metal (web)

Dying Out Flame – Hindu/Vedic Death Metal (www.facebook.com/dof.vedic)

L’heavy metal conta adepti e musicisti in tutto il mondo e, grazie ad internet, dalle sale prove europee ed americane si è diffuso ovunque, dalla Birmania alla Mongolia, dal Brasile all’Indonesia: i Dying Out Flame non scimmiottano semplicemente i grandi gruppi occidentali, ma reinterpretano i suoni tipici del genere (tra cui il cantato cavernoso e la ritmica iper-veloce) con strumenti, armonie e testi tipicamente locali.

….un motivo in più per visitare il Nepal: godersi della buona musica !

"The future is bright, little daisy" (vikingandre.com)

“The future is bright, little daisy” (vikingandre.com)

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Ciak, si Islanda !

La furia fanatica dell’isis si è abbattuta recentemente sull’antica città irachena di Hatra, magnifico sito archeologico risalente al III secolo a.C.; pochi viaggiatori hanno potuto visitarlo di persona negli ultimi venti anni, a causa delle vicissitudini sofferte dall’Iraq, ma la bellezza del luogo forse non è sfuggita ai cinefili più attenti: le sequenze di apertura del film L’Esorcista (1973) sono state filmate proprio ad Hatra. Fin dai primi attimi della pellicola, in cui l’archeologo si aggira tra le colonne e le sculture arse dal sole per poi trovarsi all’ombra di una sinistra statua col volto del demonio Pazuzu, si insinua nello spettatore un senso di forte inquietudine.

L'esorcista

L’esorcista (web)

La scelta del luogo dove filmare una o più scene di una produzione cinematografica è una questione molto elaborata e ponderata, sulla quale influiscono non solo le esigenze della sceneggiatura, ma anche fattori economici e le aspettative di successo della pellicola. L’indotto, in termini turistici, provocato dall’esposizione mediatica di un determinato luogo o di una specifica città dove è stato ambientato un film, è proporzionale al successo del film stesso. Alla gente in genere piace riconoscere i luoghi immortalati nel proprio film preferito e anch’io personalmente ho apprezzato la sensazione di familiarità nel ritrovarmi sul set di pellicole famose. Come la Monument Valley –Arizona, Usa – percorsa dalla DeLorean di Marty McFly inseguita da una carica di Indiani Pellerossa in Ritorno al Futuro III (1990). Come la Public Library di New York, da cui scappano a gambe levate gli acchiappa fantasmi di Ghostbusters (1984). Come la caffetteria “Speedy’s” di Londra, non distante dalla stazione ferroviaria di Euston, presso cui la BBC ha ambientato l’abitazione di Sherlock Holmes (2010) nella serie televisiva interpretata da Benedict Cumberbatch.

Ritorno al futuro - part III (web)

Ritorno al futuro – parte III (web)

L’Islanda rappresenta una location molto apprezzata dai registi e dalle case di produzione internazionali. Innanzitutto è la terra del fuoco e del ghiaccio, dove la natura è padrona ed i paesaggi sono ancora incontaminati, unici, modellati solo dalle forze naturali e dagli eventi atmosferici. L’isola offre ambienti vulcanici, ghiacciai, piscine geotermiche, cascate, montagne, scogliere a picco sul mare, fiordi, spiagge di sabbia nera, aurore boreali: il tutto con una modestissima presenza demografica. In secondo luogo, lo stato islandese, ben conscio della “cinematograficità” del proprio territorio e dell’indotto che un film girato nei propri confini comporta in termini economici e turistici, ha pianificato una politica volta a facilitare e a promuovere la scelta del Paese nordico come location per le riprese. La commissione cinematografica islandese “Film in Iceland” si avvale di una legislazione che consente il rimborso del 20% delle spese sostenute in loco dalle produzioni cinematografiche e televisive. Fornisce inoltre consulenza sulle migliori aree di ripresa, a seconda dell’argomento della pellicola, e sulla luce migliore durante le riprese stesse. Infine, sono più di una dozzina le aziende islandesi specializzate nella fornitura di assistenza logistica e tecnica, di attrezzature, di personale e di comparse alle produzioni cinematografiche straniere.

Jökulsárlón

Jökulsárlón (web)

Molte famose pellicole cinematografiche degli ultimi dieci anni si sono avvalse degli incredibili panorami  islandesi per creare atmosfere uniche e suggestive, per esempio di pianeti lontani oppure di avventure nordiche. In Tomb Raider (2001) Lara Croft – interpretata da Angelina Jolie – naviga attraverso una laguna glaciale della Siberia: si tratta in realtà del ghiacciaio Vatnajökull, nell’Islanda meridionale. E’ lo stesso ghiacciaio che fa da sfondo alle scene di Batman begins (2005) quando Bruce Wayne – interpretato da Christian Bale – si trova all’inizio della storia tra le montagne del Bhutan, piccolo regno asiatico alle pendici dell’Himalaya. Flags of Our Fathers (2006) è un lungometraggio che Clint Eastwood ha girato per spiegare la storia della battaglia di Iwo Jima, simbolizzata dall’immagine di tre marines nell’atto di innalzare la bandiera americana sul suolo giapponese: le rocce e la sabbia nera della penisola di Reykjanes, ben visibili atterrando in aereo all’aeroporto di Keflavik, furono scelte dal regista per ricreare il paesaggio nipponico. L’ambientazione nordica di Thor: The Dark World (2013) è frutto di estese riprese in tutta l’Islanda: la valle Dómadalur, la cascata Skógafoss, il canyon Fjaðrárgljúfur e la vasta distesa di sabbia Skeiðarársandur rappresentano lo sfondo perfetto alle imprese del figlio di Odino – interpretato da Chris Hemsworth.

Batman begins (web)

Batman begins (web)

Anche alcune serie ideate per il piccolo schermo hanno preso forma nelle terre selvagge e sperdute d’Islanda, spesso flagellate da eventi atmosferici che ne evidenziano la drammaticità e l’asprezza: tra le formazioni laviche di Dimmu Borgir (la “Fortezza Oscura”) presso il lago Myvatn e le imponenti cascate di Goðafoss sono state impresse su pellicola le gesta di Games of Thrones (2011), mentre la Fortitude dell’omonima serie televisiva (2014) si trova nei fiordi occidentali, precisamente a Reyðarfjörður.

Star Trek - Into Darkness (web)

Star Trek – Into Darkness (web)

Il paesaggio brullo dell’inverno islandese, i canyon rocciosi modellati dal vento e dalla pioggia, le distese di sabbia nera e pietre vulcaniche hanno fatto dell’Islanda la location ideale per ambientare film che trattano di viaggi spaziali e di pianeti lontani, inospitali. Gli appassionati di fantascienza in viaggio in Islanda possono sbizzarrirsi nella ricerca dei luoghi in cui sono state girate le scene più significative dei loro film preferiti: per esempio Star Trek – Into darkness (2013) con Benedict Cumberbatch, Oblivion (2013) con Tom Cruise ed  Interstellar (2014) con Matthew McConaughey. Nella sequenza iniziale di Prometheus (2012), diretto da Ridley Scott come semi-prequel del capolavoro Alien, si possono notare la cascata Dettifoss, tra le più imponenti al mondo, ed il vulcano Hekla, tuttora attivo.

Interstellar (web)

Interstellar (web)

Ben Stiller, protagonista e regista de I sogni segreti di Walter Mitty (2013) ben sintetizza il significato di girare un film in Islanda: “When we first went to Iceland, I was blown away by the experience. The topography is so different, you can go up on a glacier that’s only a few hundred feet above sea level and feel like you’re at the top of the world.  All you can see is ice for miles and miles and then huge cliffs.  The landscape creates such amazing, stunning imagery that for a movie, is a great place to film”.

I sogni segreti di Walter Mitty (web)

I sogni segreti di Walter Mitty (web)

…a chi non viene voglia di essere l’attore protagonista del prossimo viaggio in Islanda ?!?

Blue Lagoon (vikingandre.com)

Blue Lagoon (vikingandre.com)

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